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L’intervallo di Leonardo Di Costanzo (Italia, 2012)

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Due adolescenti cresciuti in terra di camorra si ritrovano a trascorrere insieme un pomeriggio coatto dentro un vecchio edificio abbandonato. Scopriranno di avere più cose in comune di quanto pensano. E di essere entrambi, anche se in modo diverso, in trappola.

Lasciate stare le critiche di chi scomoda l’eterno ritorno del neorealismo nelle sale italiane. Il film del documentarista Di Costanzo non è l’ennesimo (squallido) tentativo di riesumare un genere per cui l’Italia è giustamente famosa nei manuali di storia del cinema mondiale. L’intervallo è un’altra cosa. Non un’operazione di marketing cinematografico, ma un film sentito e urgente di un regista che vuole raccontare una storia semplice con occhio semplice.
Due giovani intrappolati in un vecchio edificio contro la propria volontà (di più non si può dire) e un’amicizia che nasce con dolcezza, ma con l’intensità di chi è addirittura capace di mettere a rischio la propria vita per quella altrui. Più iperrealista che neorealista, L’intervallo raggiunge a tratti anche momenti di delicato onirismo che non si scordano facilmente (come nella scena in cui i due protagonisti, bravissimi, immaginano di navigare da una barca immersa in una pozza). Potrebbe essere un film del primo Kitano, una di quelle storie minime, ordinarie e disperate, che si concludono nella tragedia. Solo che per chi vive in certi zone d’Italia non è concessa nemmeno quella catarsi. E la vita quotidiana di chi non alza la testa resta la peggiore condanna.

Pieta

Pubblicato: settembre 9, 2012 in Festival, Recensioni
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Pieta di Kim Ki-duk (South Korea, 2012)

Gang-Do è uno strozzino pronto a storpiare poveracci pur di recuperare crediti. A sconvolgere la sua vita, brutale e meccanica, arriva Mi-son. Una donna di mezza età che sostiene di essere la madre che lo ha abbandonato. Ed è ora determinata a recuperare il tempo perduto.

Il diciottesimo film di Kim Ki-duk segna due tappe importanti nella carriera dal prolifico regista sudcoreano. La prima è la sua assurzione (mediatica) allo status di Maestro del cinema, dopo il Leone d’Oro conquistato qualche giorno fa alla 69esima Mostra del cinema di Venezia. La seconda è l’uscita di Kim da un cul-de-sac cinematografico che, negli ultimi anni, lo aveva condotto a risultati tutto sommato evitabili.

Diciamolo subito, a beneficio di chi segue il regista sudcoreano da almeno una decina d’anni: Pieta non è il capolavoro di Kim Ki-duk. Se un capolavoro si cerca, conviene andarlo a trovare tra i film che ha realizzato all’inizio degli anni Zero. Con Pieta, però, Kim riporta il suo cinema, se non alla vette, appena pochi metri sotto i livelli del passato. Ributtandosi nei bassifondi della società sudcoreana, esplorati a lungo con successo, e riemergendone con una storia spietata e inesorabile. Un racconto dove miseria, violenza, disperazione e vendetta portano inesorabilmente verso quello che è, nella fatalistica visione del regista, l’unico esito possibile.

Al di là della critica al capitalismo, elemento centrale ma non fondamentale, quello che interessa a Kim è esplorare ancora una volta abissi e vette dell’esistenza umana. Schiacciata dal denaro, certo, ma anche dall’incapacità di comunicare, emozionarsi, vivere. La tragica parabola di Gang-Do, spietato strozzino che vive come un bambino mai cresciuto, è un cammino a senso unico verso l’assoluto annientamento. E non basterà l’amore di una madre, una straordinaria Jo Min-Su, a salvarlo dalla disperazione che ha prodigato e in cui lui stesso è intrappolato.