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Pieta

Pubblicato: settembre 9, 2012 in Festival, Recensioni
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Pieta di Kim Ki-duk (South Korea, 2012)

Gang-Do è uno strozzino pronto a storpiare poveracci pur di recuperare crediti. A sconvolgere la sua vita, brutale e meccanica, arriva Mi-son. Una donna di mezza età che sostiene di essere la madre che lo ha abbandonato. Ed è ora determinata a recuperare il tempo perduto.

Il diciottesimo film di Kim Ki-duk segna due tappe importanti nella carriera dal prolifico regista sudcoreano. La prima è la sua assurzione (mediatica) allo status di Maestro del cinema, dopo il Leone d’Oro conquistato qualche giorno fa alla 69esima Mostra del cinema di Venezia. La seconda è l’uscita di Kim da un cul-de-sac cinematografico che, negli ultimi anni, lo aveva condotto a risultati tutto sommato evitabili.

Diciamolo subito, a beneficio di chi segue il regista sudcoreano da almeno una decina d’anni: Pieta non è il capolavoro di Kim Ki-duk. Se un capolavoro si cerca, conviene andarlo a trovare tra i film che ha realizzato all’inizio degli anni Zero. Con Pieta, però, Kim riporta il suo cinema, se non alla vette, appena pochi metri sotto i livelli del passato. Ributtandosi nei bassifondi della società sudcoreana, esplorati a lungo con successo, e riemergendone con una storia spietata e inesorabile. Un racconto dove miseria, violenza, disperazione e vendetta portano inesorabilmente verso quello che è, nella fatalistica visione del regista, l’unico esito possibile.

Al di là della critica al capitalismo, elemento centrale ma non fondamentale, quello che interessa a Kim è esplorare ancora una volta abissi e vette dell’esistenza umana. Schiacciata dal denaro, certo, ma anche dall’incapacità di comunicare, emozionarsi, vivere. La tragica parabola di Gang-Do, spietato strozzino che vive come un bambino mai cresciuto, è un cammino a senso unico verso l’assoluto annientamento. E non basterà l’amore di una madre, una straordinaria Jo Min-Su, a salvarlo dalla disperazione che ha prodigato e in cui lui stesso è intrappolato.

The Shock Labyrinth: Extreme 3D di Takashi Shimizu (Jap, 2009)

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L’evoluzione del J-Horror genere mostri. Mostri di noia cinematografica, ahinoi.
Dietro la macchina da presa c’è uno che, sulla carta, sarebbe tra i big dell’ondata horror giapponese degli anni 2000: Takashi Shimizu. Quello che ha inventato il bimbo fantasma Toshio. Una delle poche icone horror degli anni Zero, per capirci, tanto da meritarsi un posto nelle parodie del genere accanto ai Mostri sacri degli anni Ottanta.

Una garanzia, direte voi. E invece no. Perché dalle brillanti e terrorizzanti prove video del duemila sono passati più di dieci anni, Shimizu è stato ingoiato (e risputato) dalle produzioni americane e le sue idee sembrano essersi consumate per strada. Già la scelta delle location, una casa dell’orrore di un grande parco divertiementi, lascia capire che qui si cercano tensione e paura a buon mercato. Se poi a tutto questo aggiungiamo attori poco credibili, personaggi (ancora una volta) bidimensionali e meccanismi della paura visti troppe volte, la frittata è fatta.

Qualche brivido, per fortuna, si sente. In fondo è sempre Takashi Shimizu a dirigere e ha abbastanza soldi per realizzare meglio del solito qualche trovata. Eppure la piattezza della confezione, così come l’inconcludenza dell’intreccio, rovinano anche quel poco di buono che c’è. Se poi ci mettete anche che il film è pensato per il 3D, preparatevi a continue invasione di campo (visivo) da parte di fantasmi in computer graphic più o meno sfocati. Brrrrr.

Confessions di Tetsuya Nakashima (Jap, 2010)

Una professoressa si prepara all'ultima lezione: due studenti della sua classe qualche mese prima hanno ucciso sua figlia e l'hanno fatta franca. Ai due, e ai loro compagni, insegnerà cos'è la vendetta.

Cosa c'è di più crudele di uno studente delle superiori? Un'intera classe di studenti delle superiori, direbbe Tetsuya Nakashima, che dall'omonimo romanzo ha tratto il suo spietato e meccanico Confessions. Nakashima, che tra gli aficionados del cinema orientale non ha più bisogno di presentazioni, ha trasformato un normale romanzo di successo in un film corale e straziante sul bullismo, la vendetta e l'impossibilità di una redenzione.
Non fatevi ingannare dalla patina di quello che sembra "soltanto" l'ennesimo thriller giapponese con ragazzini in divisa scolastica. Raramente vedrete in questi anni un intreccio così spietato, giovani attori così bravi e una regia capace di farvi sentire immersi in ciò vedete. Intrappolati tra frenetici scambi di sms o sospesi nella malinconica autodistruzione di un adolescente.
Fra qualche mese, deo gratias, questo film uscirà nelle sale italiane. Se ne parlerà ancora.

13 Assassini

Pubblicato: luglio 12, 2011 in Recensioni
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13 Assassini di Takashi Miike (Jap, 2010)

Incaricato di uccidere il malvagio figlio del vecchio shogun, sadico signore con una passione per le torture, un vecchio samurai metterà insieme una squadra di 13 samurai (o quasi). Determinati a seguirlo fino alla carneficina più totale.

Strane e imperscrutabili sono le vie della distribuzione italiana e Takashi Miike ne è la prova. Dopo una carriera ormai ventennale, il regista giapponese di capolavori come Audition o Ichi the killer è approdato nelle sale italiane poche volte e con opere decisamente minori, se non addirittura trascurabili.
Stavolta, grazie alla spinta del Festival di Venezia e al coraggio della Bim, le cose sono andate meglio. E in 105 sale italiane (ripeto, 105!!!) è arrivato questo 13 assassini. Un chanbara eiga riletto dal personalissimo sguardo di Miike, capace come pochi di rimanere fedele a se stesso pur girando anche sei film in un anno con budget improbabili.
Stavolta c'èrano più soldi del solito, per fortuna, e la voglia di rileggere un genere classico e una delle figure più abusate nella terra di confine tra film di samurai e western. Quella del wild bunch, il mucchio selvaggio (poco importa se di cowboy, 13 assassini o 7 samurai) pronto a ripristinare la giustizia sino al sacrificio. Tagliato in due come un foglio di carta di riso, il film procede lento nella prima mostrando l'elegante nascita di un complotto nella penombra di antichi palazzi, per poi espoldere in un groviglio di corpi, lame e sangue ben congegnato e a tratti spassoso. Squilibrato? Tutt'altro, visto che entrambe le facce del film sono godibilissimi, belle da vedere e assolutamente complementari nella loro diversità. In sala sta resistendo e questo è un bene. Passate sopra il tremendo slogan che ne accompagna la distribuzione italiana ("13 uomini, una missione, massacro totale") e non ve ne pentirete, anzi.

Female Prisoner #701: Scorpion di Shunya Ito (Jap, 1972)

Nami "lo Scorpione" Matsushita finisce in prigione dopo aver attentato alla vita del suo uomo, un poliziotto corrotto che l'ha sfruttata (fino a farla violentare) per catturare un gruppo di yakuza. Nonostante le torture e i sopprusi della prigione "lo Scorpione" procederà inarrestabile, alla ricerca di una vendetta senza compromessi.

Vero e proprio oggetto di culto per i cinefili asiatici, Joshuu 701-gô: Sasori è probabilmente la vetta più alta raggiunta dal cinema exploitation giapponese. Baluardo irrinunciabile del pinky-violence nipponico, genere indigeno che mescola soft core e violenza, il film di Shunya Ito si merita abbondantemente la fama quasi leggendaria e il fanatismo che ha suscitato in quarant'anni, fino all'omaggio che gli ha dedicato Tarantino in quel frullatore di coolness e postmoderno che è Kill Bill.
Quello che rende unico Female Prisoner #701: Scorpion (primo capitolo di una fortunata quadrilogia) non è ovviamente la storia, che ripropone il canovaccio visto e rivisto in decina di altri Women in prison film. Ma una messa in scena che insegue il manga originale di Tōru Shinohara, fino a sconfinare in una sensibilità pop degna dell'art film più sperimentale. E che cancella presto l'impressione di trovarsi di fronte a un banale e un po' pecoreccio exploitation come molti altri.
E poi c'è lei, Meiko Kaji: gelido, perfetto e bellissimo archetipo di tutte le lady vendetta di celluloide degli ultimi quattro decenni. Senza di lei questo film, come Lady snowblood, forse non esisterebbe neanche.