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Nebraska

Pubblicato: gennaio 25, 2014 in Recensioni
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di Alexander Payne  (Usa, 2013)

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Ha ancora senso fare un road movie nel 2013? E in bianco e nero, per giunta? Se vi foste mai posti questa domanda, la migliore risposta che possiate trovare oggi in sala è l’ultimo film di Alexander Payne. In molti hanno paragonato Nebraska, quasi sempre in negativo, al bellissimo Una storia vera di David Lynch. Impossibile non farlo, visto che non capita spesso di vedere un road movie con un anziano un po’ picchiatello che attraversa, a ritmo di lumaca, le arterie più profonde degli Stati Uniti.

Eppure il nuovo film di Payne ha il merito di fare qualcosa che Lynch aveva sfiorato solo in parte: buttarla sul familiare, come piace fare al regista di Paradiso Amaro. E così questo road movie alla rovescia diventa un modo, commovente, di riflettere sulla famiglia. Su quello che succede quando a un figlio tocca fare da padre al proprio padre. Quando scopri, tuo malgrado, che i tuoi lontani cugini che non vedi da anni sono diventati dei buoni a nulla. E che i tuoi genitori, forse, non si amavano tanto quanto credevi da piccolo.

Il grande merito di Payne, soprattutto, è quello di ritrarre una provincia americana semi abbandonata e ridicola senza mai cadere nel grottesco. Realizzando un ritratto fedele di un Paese di loser dimenticati, colpevoli di vivere in mezzo al nulla, al centro di una Nazione sterminata come gli Usa. E poi c’è Bruce Dern, straordinario e toccante come pochi nel ruolo di un anziano che sta mollando gli ultimi ormeggi con la realtà.
Si gioca l’Oscar con Bale e DiCaprio, sarà una bella sfida.

Difficile scegliere quali e quanti film vedere al Lido quando hai a disposizione appena mezza giornata. Lunedì io ho scelto questi tre.

Terraferma di Emanuele Crialese (Italia, 2011)

C'è la legge del mare e c'è la legge degli uomini. Ernesto, che per settant'anni ha vissuto quando il mare regalava pesce e vita, rispetta la prima. Suo figlio Nino, che ha conosciuto un mare inaridito e il boom del turismo, conosce solo la seconda. L'arrivo sull'isola di Sara, giovane africana fuggita alle prigioni libiche, dimostrerà quanto la distanza tra quelle due leggi possa essere dolorosa.

Crialese è una delle cose migliori capitate al cinema italiano negli ultimi vent'anni. Crialese è uno di quei pochi registi per cui hanno senso termini abusati come "onirico" e "visionario". Proprio per questo, però, è un regista da cui la critica pretende, giustamente,  tanto. Tantissimo, dopo il Leone d'Argento per il suo bellissimo Nuovomondo.
Non a caso Terraferma, film italiano di punta in concorso a Venezia68, ha dovuto subire più di altri il polso di critici più o meno noti. Che qualche ragione, anche se forse sono stati troppo severi, probabilmente ce l'hanno. Perché quello del regista romano è un cinema "puro", fatto di immagini più che di parole, che poco si sposa con la denuncia sociale sull'inumanità degli sbarchi a Lampedusa. Soprattutto se affidata a un certo manicheismo dove ci sono buoni generosi (i pescatori) e cattivi senza cuore (le forze dell'ordine).
Al di là di questo difetto di fabbrica, se così lo si può definire, resta però la bellezza di un film capace di colpire gli occhi con immagini perfette e difficili da dimenticare. Resterà negli annali del cinema, ma dietro i suoi predecessori.

Tao jie (A simple life) di Ann Hui (HK, 2011)

E' davvero una vita semplice quella di Ah Tao. Appena adolescente, orfana di padre, è diventata la domestica di una ricca famiglia di Hong Kong. Ora che sono passati sessant'anni, e tutti sono emigrati negli Stati Uniti, è rimasta sola con Roger, che lavora nell'industria cinematografica. E le starà accanto nei giorni della malattia, accompagnandola come una vera madre.

Ann Hui è quella che in Italia verrebbe definita una regista "impegnata". Nel corso della sua carriera, iniziata sugli schermi della tv di Hong Kong, è passata dalla commedia al film drammatico mantenendo sempre fede al profilo sociale del suo cinema (omaggiato qualche anno fa dall'Asian film festival di Reggio Emilia).
Tao jie conferma la voglia di Ann Hui di raccontare, a volte anche con leggerezza, storie e problemi ordinari della società hongkonghese. E se in All about love si trattava di omosessualità femminile, seppure sotto la coperta rassicurante della commedia, stavolta temi e toni sono più malinconici. Eppure il lungo declino fisico e psichico dell'anziana e fedele Ah Tao, accompagnata dall'affetto rispettoso del "padroncino" Roger, riesce anche a far sorridere senza volgarità. Trasformandosi in un ritratto fedele e toccante della società hongkonghese contemporanea e del suo sfaldamento. Straordinari i due protagonisti Andy Lau e Deanie Yip, generosissimi con i fan del Lido. Indimenticabili, per gli aficionados, i camei del gotha del cinema made in HK: da Tsui Hark, nevrotico e pretenzioso regista, a un imbolsito e autoironico Anthony Wong. Può aspirare, legittimamente, al Leone d'Oro.

Tinker, tailor, soldier, spy di Tomas Alfredson (Uk-Francia, 2011)

Difficile combattere la Guerra fredda quando hai una talpa del Kgb ai vertici dei servizi segreti britannici. A meno che non sia tutta una montatura per delegittimare quei vertici. Toccherà a una vecchia spia richiamata dalla pensione risolvere il rebus e districarsi tra colleghi doppiogiochisti e capi ansiosi di compiacere il governo.

Tomas Alfredson è un miracolo ambulante. Quattro anni fa era uno dei tanti registi del Nord Europa, sconosciuto ai più fuori dalla sua Svezia. Poi al cinema è arrivato quel piccolo capolavoro che è Lasciami entrare. E Alfredson è entrato nell'arco di qualche mese nel club di quelli che contano, tanto da potersi permettere di girare una spy story dal sapore vintage con due mostri sacri come Gary Oldman e Colin Firth.
L'esperimento è riuscito? Considerando che dietro il sipario c'è un omonimo romanzo di Le Carré e alla macchina da presa il talento di Alfredson, era difficile che la cosa non funzionasse. Soprattutto con un poker d'assi di attori di classe e ottimi caratteristi, che sembrano nati apposta per interpretare le spie gelide di Le Carré. L'intreccio è diesel, parte con difficoltà, ma la regia di Alfredson fa il resto: sposa rigore e virtuosismo, ritaglia gli spazi con l'eleganza di un maestro della New Hollywood. E forse è proprio quella di talenti importati come Alfredson la nuova New Hollywood di cui parleranno i posteri. In fondo il cinema americano è diventato grande grazie ai tanti esuli arrivati duranti gli anni a cavallo delle due guerre. Oggi i talenti emigrano negli Usa per ragioni più spicce, ma potrebbero ugualmente garantire a Hollywood nuovo fiato. Con Aronofsky a presiedere la giuria potrebbe entrare tra i papabili, almeno per un premio minore.