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The Master di Paul Thomas Anderson (Usa, 2012)

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Un marinaio americano, Freddie, ritorna dalla guerra con qualche rotella in meno e senza nessuna prospettiva davanti a sé. Finché non incontrerà l’ingombrante personalità di Lancaster Dodd, psicologo-filosofo-umanista, ma soprattutto messia di un nuovo credo che tutti chiamano la Causa.

Cosa c’è che non va in The Master? E’ questa la domanda che da circa due settimane ronza nella mia testa, mentre le opposte tifoserie che si creano di fronte a film di questo spessore mi strattonano un po’. Paul Thomas Anderson, non ci sono dubbi, è un genio. Difficilmente qualcuno potrebbe contestare questa affermazione. Uno dei pochi registi in grado di fare grande cinema e grande “il” Cinema. Per questo è sempre difficile confrontarsi con un suo nuovo film.

The Master non fa eccezione. Cinematograficamente stiamo parlando di un Uovo Fabergé. E’ praticamente impossibile trovare un solo difetto nel tessuto filmico e profilmico sullo schermo: fotografia, inquadrature, montaggio e una scelta degli attori, dei loro visi, quasi espressionista. Molti, di fronte a tanta magnificienza cinematografica, hanno parlato di manierismo. Sbagliando, secondo me. Perché non è nella bellezza delle immagini, e della regia, il problema di The Master. Casomai, dove si inceppa la bellissima macchina di Paul Thomas Anderson, è in un tessuto narrativo piuttosto esile e a volte sfibrato. Che segue con esiti altalenanti i due protagonisti del film, accompagnando soprattutto quello più scriteriato (e meno interessante) in una parabola tutto sommato poco avvincente.

Questo non vuol dire che manchino momentanee epifanie di grande cinema, anzi. Due o tre scene rimarranno a lungo nella vostra testa, così come l’assurdo esito della parabola esistenziale di Freddie. Ma questo non basta a rendere The Master quel capolavoro che si attendeva, ancora una volta, dall’autore di alcune delle pagine più belle del cinema americano contemporaneo. Più scrittura, per una volta, non avrebbe stonato. Titanico, su tutti, il santone interpretato da Seymour Hoffman sull’impronta del controverso (a dir poco) Ron Hubbard, fondatore di quella Chiesa di Scientology che vanta parecchi seguaci tra le star di Hollywood. A cui Paul Thomas Anderson, con questo film, ha praticamente dichiarato guerra.