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Pollo alle prugne di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi (Francia-Germania, 2011)

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Vita, morte e miracoli di Nasser-Ali. Talentuoso violinista iraniano, deciso a lasciarsi morire dopo aver perso il suo prezioso violino. In otto giorni ripercorrerà come in un sogno felliniano le tappe cruciali della sua vita. Incontrerà l’angelo della morte. E ricorderà la vera fonte della sua ispirazione.

E’ un periodo d’oro per il fumetto al cinema. Hollywood punta ogni anno su almeno 2/3 blockbuster ispirati dagli universi (da saccheggiare) creati da Marvel e Dc Comics. Ogni tanto finiscono sullo schermo anche opere più complesse o underground, ma sempre saldamente ancorate alle colonne del supereroistico (Watchmen, Kick-ass).
Per le graphic novel, però, la vita è più difficile. Vuoi perché si tratta di opere di nicchia, con un linguaggio difficilmente adattabile al grande schermo. Vuoi perché i produttori sono più disposti a portare sullo schermo l’ennesimo supereroe, piuttosto che le alientanti vicende di un qualche personaggio “normale”.

Nel caso di Marjane Satrapi le cose vanno diversamente. Il successo del suo bellissimo Persepolis, insieme all’interesse che il pubblico nutre tutt’ora per tutto ciò che è Iran, le hanno spalancato senza troppe difficoltà le porte del grande schermo. Con Persepolis, bisogna riconoscerlo, l’esperimento ha funzionato. Anche grazie al rapporto diretto,quasi materiale, tra le tavole disegnate e l’animazione. Con Pollo alle prugne, invece, le cose vanno diversamente. Anche perché la storia da cui si parte è decisamente più debole della complessa, e affascinante,  autobiografia politica narrata in Persepolis. Le ossessioni del violinista Nasser-Alì, per quanto divertente, non catturano più di tanto lo spettatore. Magari si sorride, forse ci si emoziona, ma sempre poco. E nonostante la bella confezione, il film scivola via in fretta. Con buona pace dei simbolismi sull’Iran perduto (perduta), unica fonte di ispirazione per chi è costretto a vivere lontano.

Inception

Pubblicato: ottobre 20, 2010 in Recensioni
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Inception di Christopher Nolan (Usa, 2010)

In un futuro piuttosto contemporaneo Cobb, Leonardo Di Caprio, guida una squadra di spie industriali capaci di penetrare nella mente delle proprie vittime dai sogni e rubar loro le idee. Finché un cliente non gli chiederà di fare l'opposto: instillare un'idea nel subconscio di un avversario d'affari.

C'è una tale ricchezza in Inception (visiva, narrativa, iconografica) che è difficile parlarne anche dopo averlo visto e digerito per settimane. Christopher Nolan, interessato alla deontologizzazione della realtà quanto il vescovo di Berkeley nel Settecento e Philip Dick nel Novecento, ci ha messo dodici anni a costruire quella perfetta macchina a incastri che è la struttura narrativa del suo ultimo film.
Sogni, nei sogni, nei sogni. E poco importa che chi ha visto Paprika di Satoshi Kon esca dalla sala con un retrogusto di "già visto". Perché Inception, oltre a essere un innovativo film d'azione che ricorda i fasti del primo Matrix, è un tale nodulo di stimoli per lo spettatore che meriterebbe pagine di trattazione per essere esplorato a fondo. Nolan coniuga la figura retorica del paradosso in tutte le dimensioni che un film consente: visiva (le immagini a là Escher), spaziale (i labirinti a là Kubrick), narrativa (la struttura stessa dell'intreccio) e psicologica. Il risultato è ciò che ogni spettatore spera una volta uscito dal cinema: parlare di ciò che ha visto per il resto della serata. E per i giorni successivi.
L'opera migliore di un artista capace di coniugare incassi e cervelli: un capolavoro, insomma.