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La donna che canta

Pubblicato: febbraio 15, 2011 in Recensioni
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La donna che canta di  Denis Villeneuve (Canada-Francia, 2010)

Di fronte all'assurdo testamento della madre, una coppia di gemelli affronta un viaggio verso la Palestina. Alla ricerca del passato rimasto troppo a lungo nascosto, ma pronto ad esplodere con la violenza di una guerra che non passa.

Sono diverse, e altrettanto diversamente efficaci, le strade percorse dal cinema in questi anni anni per raccontare l'eterno dramma dei conflitti mediorientali. Qualcuno sceglie il realismo più brutale, capace di trasfigurarsi quando meno te lo aspetti (come nel bellissimo finale di Lebanon). Qualcun altro, come Julian Schnabel in Miral, segue la strada di una narrazione autobiograficada, ma filtrata da un occhio che viene dalla videoarte (vedi anche alla voce Donne senza uomini).
La via seguita dal canadese Denis Villeneuve passa dal tentativo di coniugare (con difficoltà) una cronaca verosimile dell'esistente e un dramma universale di proporzioni classiche. Basato sulla struggente pièce tetrale di Wajdi Mouawad, La donna che canta paga però un pesante debito alle sue radici. E nonostante l'eleganza della regia e la cura nella messa in scena, chiede allo spettatore uno sforzo eccessivo per accettare sul grande schermo ciò che il linguaggio del teatro rende molto più naturale. All'Academy, invece, è piaciuto molto: è candidato all'Oscar come miglio film straniero.

Miral

Pubblicato: settembre 24, 2010 in Recensioni
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Miral di Julian Schnabel (Francia-Israele-Italia-India, 2010)

Dalla Gerusalemme del 1948 alle tensioni dei nostri giorni. Il conflitto israelo-palestinese raccontato attraverso le storie di tre donne, che affrontano in modo diverso le difficoltà e il dramma dell'occupazione militare.

L'idea di fondo non sarebbe male: raccontare il conflitto in Terra Santa, dal '48 a oggi, attraverso gli occhi delle donne palestinese. Quelli di Hind, che nell'immediato dopoguerra crea la più grande struttura di accoglienza per gli orfani del conflitto. Quelli di Nadia, dal tormentato passato e dalle irrefrenabili tendenza autodistruttive. E quelli di Miral, figlia di Nadia destinata a crescere tra il perbenismo della scuola di Hind e le spinte di ribellione e lotta che animano la Palestina dell'Intifada.
Peccato che Schnabel, adattando il libro della compagna Rula Jebreal (giornalista naturalizzata italiana oggi redidente a New York), non si sia ancora liberato del suo passato di videoartista e pittore quando si mette dietro una macchina da presa. E così i guizzi stilistici che ben funzionavano in un film intimo e sospeso come Lo scafandro e la farfalla, qui si trasfrormano in virtuosismi più o meno inutile che anziché aiutare appesantiscono, soprattutto visivamente, la narrazione filmica. Insopportabile il continuo uso traballante della camera a mano, così come la messa a fuoco selettiva e la fotografia ipersatura, soprattutto se si arriva alla quasi metà delle inquadrature. Nemmeno il lavoro sui personaggi, come se non bastasse, brilla per profondità. Ma se volete un motivo per andare comunque al cinema, guardate la foto qua sopra.