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Pollo alle prugne di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi (Francia-Germania, 2011)

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Vita, morte e miracoli di Nasser-Ali. Talentuoso violinista iraniano, deciso a lasciarsi morire dopo aver perso il suo prezioso violino. In otto giorni ripercorrerà come in un sogno felliniano le tappe cruciali della sua vita. Incontrerà l’angelo della morte. E ricorderà la vera fonte della sua ispirazione.

E’ un periodo d’oro per il fumetto al cinema. Hollywood punta ogni anno su almeno 2/3 blockbuster ispirati dagli universi (da saccheggiare) creati da Marvel e Dc Comics. Ogni tanto finiscono sullo schermo anche opere più complesse o underground, ma sempre saldamente ancorate alle colonne del supereroistico (Watchmen, Kick-ass).
Per le graphic novel, però, la vita è più difficile. Vuoi perché si tratta di opere di nicchia, con un linguaggio difficilmente adattabile al grande schermo. Vuoi perché i produttori sono più disposti a portare sullo schermo l’ennesimo supereroe, piuttosto che le alientanti vicende di un qualche personaggio “normale”.

Nel caso di Marjane Satrapi le cose vanno diversamente. Il successo del suo bellissimo Persepolis, insieme all’interesse che il pubblico nutre tutt’ora per tutto ciò che è Iran, le hanno spalancato senza troppe difficoltà le porte del grande schermo. Con Persepolis, bisogna riconoscerlo, l’esperimento ha funzionato. Anche grazie al rapporto diretto,quasi materiale, tra le tavole disegnate e l’animazione. Con Pollo alle prugne, invece, le cose vanno diversamente. Anche perché la storia da cui si parte è decisamente più debole della complessa, e affascinante,  autobiografia politica narrata in Persepolis. Le ossessioni del violinista Nasser-Alì, per quanto divertente, non catturano più di tanto lo spettatore. Magari si sorride, forse ci si emoziona, ma sempre poco. E nonostante la bella confezione, il film scivola via in fretta. Con buona pace dei simbolismi sull’Iran perduto (perduta), unica fonte di ispirazione per chi è costretto a vivere lontano.

This must be the place di Paolo Sorrentino (Italy-France-Ireland, 2011)

Cheyenne, una stralunata rockstar che ha lasciato la ribalta da anni, si ritrova negli Stati Uniti per la morte del padre ebreo, sopravvissuto ai campi di concentramento e desideroso di vendetta. In un impossibile tentativo di pacificazione post mortem, Cheyenne partirà per un viaggio alla ricerca di vendetta contro l'aguzzino del padre.

Considero il cinema di Paolo Sorrentino una delle cose più belle capitate al cinema italiano negli ultimi vent'anni. Finalmente un regista capace di confrontarsi, alla pari, con lo stile alto del noir d'oltralpe. Un autore estroso, barocco, eccessivo, che si è emancipato dall'eredità di un cinema italiano che ha fatto della semplicità della messa in scena la sua forza. Ma anche la sua debolezza, visto che lo ha condannato a restare un fenomeno di nicchia cinefila in tutte le sue uscite all'estero (tranne poche eccezioni).
Sorrentino no. Sorrentino pensa in grande, scrive in grande, gira alla grande. Le conseguenza dell'amore è stata una scoperta straordinaria. Il Divo un monumentale affresco grottesco sulla politica italiana attraverso la sua maschera più iconica. Stavolta, però, qualcosa è andato in modo diverso dal solito. Immagini bellissime, personaggi tracciati con gusto caricaturale (a partire dall'adorabile Cheyenne/Sean Penn), musica sublime (sono i Talking Heads di David Byrne, anche lui sulla scena). L'impressione però è che, molto spesso capita a chi mette piede in America per girare, anche Sorrentino sia caduto nella trappola del road movie un po' sfilacciato e sgangherato. Abbandonando la progressione geometrica dell'intreccio per concedersi un racconto episodico, a tratti minimalista. Bello, ma senza la forza di altre storie che ci ha già raccontato.