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Miracolo a Le Havre

Pubblicato: dicembre 12, 2011 in Recensioni
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Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki (Finlandia, 2011)

Un lustrascarpe operoso incontra un ragazzino africano tra i moli di Le Havre. E' un immigrato irregolare, determinato ad arrivare a Londra. Il lustrascarpe lo aiuterà, a costo di trascurare un amore malato e sfidare polizia e leggi francesi sull'immigrazione.

Si può raccontare l'immigrazione al cinema in molti modi, con esiti diversi e non sempre esaltanti. Fermandosi ai film visti in sala nell'ultimo anno, gli esempi non mancano. Il realismo magico di Terraferma, decisamente riuscito, o la commedia grottesca di Cose dell'altro mondo, da archiviare e non recuperare.
Kaurismaki, noto per il tocco leggero e strampalato, in questo Le Havre fa quello che sa fare meglio. Trasforma l'immigrazione clandestina in una fiaba proletaria, dove gli ultimi si aiutano a vicenda e nessuno in fondo è davvero cattivo. Attorno a questo piccolo Miracolo, che esiste solo nel titolo della distribuzione italiana, quell'universo di ultimi (o penultimi) diventato una chiave stilistica del cinema di Kaurismaki. Reietti, o quasi, che sembrano un incredibilmente riuscito incontro tra il bestiario di Ciprì & Maresco e gli adorabil Teletubbies. La regia è quella scarna, elegante, minima di Kaurismaki. La fotografia, vivida, teatrale, retrò, è dell'inseparabile Timo Salminen. Gli attori, André Wilms in primis, sono perfetti. Tutto molto dolce, raffinato, rarefatto, intelligente, delicato. Eppure a questa fiaba proletaria manca qualcosa per diventare davvero indimenticabile.

Cose dell’altro mondo

Pubblicato: settembre 22, 2011 in Recensioni
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Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno (Italia, 2011)

Cosa succederebbe se un giorno scomparissero dall’Italia tutti gli stranieri? Magari dopo un’invocazione becera e un po’ razzista di un industrialotto veneto con la passione (segreta) per le nigeriane? L’Italia, come la conosciamo oggi, arrancherebbe. Le fabbriche si bloccherebbero e gli anziani non autosufficienti (senza una badante che li accudisca) si riverserebbero in strada. E gli italiani, anche i più retrogradi, capirebbero che il Paese non può (poteva) tornare indietro.

L’idea, originale ma non originalissima (vedi alla voce Un giorno senza messicani), era buona. Anzi, ottima. Le polemiche della Lega Nord, nemmeno citata eppure presente in ogni fotogramma di questo Veneto provinciale e razzista, avevano garantito a Cose dell’altro mondo una (sovra)esposizione mediatica che sarebbe potuta diventare un ottimo trampolino di lancio. Che è successo dopo?
E’ successo che il film di Patierno, purtroppo, è una delusione. Punto. Le colpe si possono trovare a più livelli. Una scrittura poco brillante, una regia piuttosto piattina e una messa in scena buonista e poco convincente. Peccato, perché le premesse per una piccola gemma paradossale e grottesca c’erano tutte. Invece ci si annoia, tanto. E non bastano pezzi da novanta come Abatantuono o Mastrandrea a tenere insieme il tutto.
Evitabile, purtroppo.

Difficile scegliere quali e quanti film vedere al Lido quando hai a disposizione appena mezza giornata. Lunedì io ho scelto questi tre.

Terraferma di Emanuele Crialese (Italia, 2011)

C'è la legge del mare e c'è la legge degli uomini. Ernesto, che per settant'anni ha vissuto quando il mare regalava pesce e vita, rispetta la prima. Suo figlio Nino, che ha conosciuto un mare inaridito e il boom del turismo, conosce solo la seconda. L'arrivo sull'isola di Sara, giovane africana fuggita alle prigioni libiche, dimostrerà quanto la distanza tra quelle due leggi possa essere dolorosa.

Crialese è una delle cose migliori capitate al cinema italiano negli ultimi vent'anni. Crialese è uno di quei pochi registi per cui hanno senso termini abusati come "onirico" e "visionario". Proprio per questo, però, è un regista da cui la critica pretende, giustamente,  tanto. Tantissimo, dopo il Leone d'Argento per il suo bellissimo Nuovomondo.
Non a caso Terraferma, film italiano di punta in concorso a Venezia68, ha dovuto subire più di altri il polso di critici più o meno noti. Che qualche ragione, anche se forse sono stati troppo severi, probabilmente ce l'hanno. Perché quello del regista romano è un cinema "puro", fatto di immagini più che di parole, che poco si sposa con la denuncia sociale sull'inumanità degli sbarchi a Lampedusa. Soprattutto se affidata a un certo manicheismo dove ci sono buoni generosi (i pescatori) e cattivi senza cuore (le forze dell'ordine).
Al di là di questo difetto di fabbrica, se così lo si può definire, resta però la bellezza di un film capace di colpire gli occhi con immagini perfette e difficili da dimenticare. Resterà negli annali del cinema, ma dietro i suoi predecessori.

Tao jie (A simple life) di Ann Hui (HK, 2011)

E' davvero una vita semplice quella di Ah Tao. Appena adolescente, orfana di padre, è diventata la domestica di una ricca famiglia di Hong Kong. Ora che sono passati sessant'anni, e tutti sono emigrati negli Stati Uniti, è rimasta sola con Roger, che lavora nell'industria cinematografica. E le starà accanto nei giorni della malattia, accompagnandola come una vera madre.

Ann Hui è quella che in Italia verrebbe definita una regista "impegnata". Nel corso della sua carriera, iniziata sugli schermi della tv di Hong Kong, è passata dalla commedia al film drammatico mantenendo sempre fede al profilo sociale del suo cinema (omaggiato qualche anno fa dall'Asian film festival di Reggio Emilia).
Tao jie conferma la voglia di Ann Hui di raccontare, a volte anche con leggerezza, storie e problemi ordinari della società hongkonghese. E se in All about love si trattava di omosessualità femminile, seppure sotto la coperta rassicurante della commedia, stavolta temi e toni sono più malinconici. Eppure il lungo declino fisico e psichico dell'anziana e fedele Ah Tao, accompagnata dall'affetto rispettoso del "padroncino" Roger, riesce anche a far sorridere senza volgarità. Trasformandosi in un ritratto fedele e toccante della società hongkonghese contemporanea e del suo sfaldamento. Straordinari i due protagonisti Andy Lau e Deanie Yip, generosissimi con i fan del Lido. Indimenticabili, per gli aficionados, i camei del gotha del cinema made in HK: da Tsui Hark, nevrotico e pretenzioso regista, a un imbolsito e autoironico Anthony Wong. Può aspirare, legittimamente, al Leone d'Oro.

Tinker, tailor, soldier, spy di Tomas Alfredson (Uk-Francia, 2011)

Difficile combattere la Guerra fredda quando hai una talpa del Kgb ai vertici dei servizi segreti britannici. A meno che non sia tutta una montatura per delegittimare quei vertici. Toccherà a una vecchia spia richiamata dalla pensione risolvere il rebus e districarsi tra colleghi doppiogiochisti e capi ansiosi di compiacere il governo.

Tomas Alfredson è un miracolo ambulante. Quattro anni fa era uno dei tanti registi del Nord Europa, sconosciuto ai più fuori dalla sua Svezia. Poi al cinema è arrivato quel piccolo capolavoro che è Lasciami entrare. E Alfredson è entrato nell'arco di qualche mese nel club di quelli che contano, tanto da potersi permettere di girare una spy story dal sapore vintage con due mostri sacri come Gary Oldman e Colin Firth.
L'esperimento è riuscito? Considerando che dietro il sipario c'è un omonimo romanzo di Le Carré e alla macchina da presa il talento di Alfredson, era difficile che la cosa non funzionasse. Soprattutto con un poker d'assi di attori di classe e ottimi caratteristi, che sembrano nati apposta per interpretare le spie gelide di Le Carré. L'intreccio è diesel, parte con difficoltà, ma la regia di Alfredson fa il resto: sposa rigore e virtuosismo, ritaglia gli spazi con l'eleganza di un maestro della New Hollywood. E forse è proprio quella di talenti importati come Alfredson la nuova New Hollywood di cui parleranno i posteri. In fondo il cinema americano è diventato grande grazie ai tanti esuli arrivati duranti gli anni a cavallo delle due guerre. Oggi i talenti emigrano negli Usa per ragioni più spicce, ma potrebbero ugualmente garantire a Hollywood nuovo fiato. Con Aronofsky a presiedere la giuria potrebbe entrare tra i papabili, almeno per un premio minore.