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Paradiso amaro di Alexander Payne (Usa, 2011)

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Matt King ha tutto quello che si può desiderare nella vita. E’ ricchissimo, vive alla Hawaii, ha una bella moglie e due splendide figlie. Peccato che quello che tutti considerano il paradiso sia un luogo dove i drammi, e le sfortune, avvengono come in qualunque altra parte del mondo. Facendo altrettanto male a chi li deve affrontare.

Forse non c’è bisogno di scomodare la parola “perfezione”, come ha fatto il New York Times, per parlare dell’ultima commedia drammatica (o dramma leggero?) di Alexander Payne. Eppure è innegabile che nell’ultimo film del regista di Sideways ci sia un tocco che rasenta la perfezione nel narrare con leggerezza, ma senza essere leggeri, il dramma di una famiglia. Forse più fortunata di altre, ma non per questo impermeabile alla sfortuna.
Il paradiso amaro del titolo è quello vissuto da Matt King (il sempre bravissimo George Clooney) dopo l’incidente che ha ridotto in stato vegetativo la moglie. E così un’isola di palme, oceano e surf (“ma io non lo faccio da quindici anni, il surf”) si trasforma all’improvviso in un’odissea di ospedali, flebo e cateteri. Mentre Matt scopre la doppia vita della moglie e decide di affrontarla come meglio crede, accompagnato nell’avventura da due figlie che lo ascoltano a stento e da uno strampalato amico della maggiore.
La bravura di Payne sta nella capacità di rendere credibile, intimo, eppure spassoso, un quadretto familiare ai limiti della caricatura. Dove discendenti bianchi di nobili hawaiani vivono di rendita da generazioni, pur sembrando dei barboni poco interessati alle cose della vita. Fino a trovare, loro malgrado, una sorta di redenzione grazie al richiamo etico che agita uno di loro. La bellezza delle isole statunitensi, e la colonna sonora indigena, fanno il resto del lavoro. L’impressione alla fine è quella di trovarsi davanti a una commedia preziosa, di quelle che escono raramente dal guscio.

Le idi di marzo di George Clooney (Usa, 2011)

Stephen è un guru della comunicazione politica, appassionato e naif come soltanto un giovane ancora fresco di università può essere. Lavorando per il candidato democratico alla primarie per la Presidenza degli Stati Uniti, però, si renderà conto che per andare avanti deve lasciare da parte ideali e passione. E giocare sporco, almeno il doppio di quelli che ha attorno.

L'interesse nel raccontare il dietro le quinte e gli spin doctor della Politica, con la P maiuscola, sembra una delle passioni più diffuse nel cinema occidentale di questi anni. Gli esempi, ispirati o meno a fatti reali, si sono moltiplicati negli ultimi mesi e sono stati tutti film di discreto successo: Il discorso del re, L'uomo nell'ombra, Frost/Nixon – Il duello.
Le idi di marzo, tratto da un testo teatrale di Beau Willimon, è solo l'ultimo testimone di questa tendenza. Ma bisogna riconoscere che è uno dei più riusciti. George Clooney, che ormai gira con la mano di un regista consumato ed esperto, porta sulla schermo un coinvolgente (e sconvogente) romanzo di formazione alla rovescia. Dove il protagonista, il sempre più convincente Ryan Gosling, si ritrova ad adattarsi in fretta a un mondo molto più spietato e cinica di quanto lui stesso non sia già. Cast eccezionale, Philip Seymour Hoffman in testa, fotografia fredda e livida, messa in scena dove tutto è al posto giusto. E una regia (bravo ancora Clooney) capace di giocare con le inquadrature e con le ellissi come avrebbe fatto un cineasta degli anni '50. Un thriller inesorabile, cinico, verissimo. Da conservare.