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Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan (Usa, 2012)

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Dopo una lunga pausa estiva rimetto mano al blog per scrivere qualche riga su quella che sarà una delle pellicole più viste (e discusse) di questa fine 2012: Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The dark knight rises in inglese, abbreviato in Tdkr). Tdkr è stato preceduto da una tale campagna di marketing e da una così grossa valanga di aspettative che, a meno che non si entri in sala senza sapere chi è Christopher Nolan, difficilmente se ne uscirà completamente soddisfatti. Ma non è solo un problema di aspettative alte, altissime nel mio caso, ad allontare l’ultimo capitolo della trilogia di Nolan dalle vette raggiunte dal precedente Cavaliere oscuro.

Il problema di Tdkr è che Nolan ha voluto dire tante, forse troppe cose, nell’ultimo capitolo della sua trilogia, perdendosi così per strada. E la lunghezza record di 165 minuti contribuisce ad accentuare questa sensazione (e una certa noia). C’è tutto, troppo e anche di più, nell’ultimo film di Nolan. Una riflessione sulla necessità del male meritevole di uno studio approfondito, una storia di rinascita e vendetta degna di Montecristo e un protagonista ormai cristologico in tutto e per tutto, non solo nel sacrificio. Per accumulo procede anche la messa in scena e la costruzione delle sequenze  di azione. Quindi inseguimenti e combattimenti sempre più intricati, macchine e bat-attrezzature sempre più estreme e un rapporto con la verosimiglianza sempre più labile.

Tutto questo per dire che a un certo punto, più o meno a metà, il film inizia a diventare anabolizzato e gonfio almeno quanto l’arcicattivo Bane. Anche lui più interessante quando si nasconde silenzioso nelle fogne, rispetto a quando si trasforma in un nemico verboso e un po’ retorico per colmare il resto della (lunga pellicola). Poteva essere un nuovo capolavoro, non lo è. Nonostante un cast eccezionale. Tdkr è un bell’action movie realizzato da un regista straordinaro, e non è poco. Macchiato già da una maledizione, la terribile strage di Denver, che lo renderà purtroppo indimenticabile.

Inception

Pubblicato: ottobre 20, 2010 in Recensioni
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Inception di Christopher Nolan (Usa, 2010)

In un futuro piuttosto contemporaneo Cobb, Leonardo Di Caprio, guida una squadra di spie industriali capaci di penetrare nella mente delle proprie vittime dai sogni e rubar loro le idee. Finché un cliente non gli chiederà di fare l'opposto: instillare un'idea nel subconscio di un avversario d'affari.

C'è una tale ricchezza in Inception (visiva, narrativa, iconografica) che è difficile parlarne anche dopo averlo visto e digerito per settimane. Christopher Nolan, interessato alla deontologizzazione della realtà quanto il vescovo di Berkeley nel Settecento e Philip Dick nel Novecento, ci ha messo dodici anni a costruire quella perfetta macchina a incastri che è la struttura narrativa del suo ultimo film.
Sogni, nei sogni, nei sogni. E poco importa che chi ha visto Paprika di Satoshi Kon esca dalla sala con un retrogusto di "già visto". Perché Inception, oltre a essere un innovativo film d'azione che ricorda i fasti del primo Matrix, è un tale nodulo di stimoli per lo spettatore che meriterebbe pagine di trattazione per essere esplorato a fondo. Nolan coniuga la figura retorica del paradosso in tutte le dimensioni che un film consente: visiva (le immagini a là Escher), spaziale (i labirinti a là Kubrick), narrativa (la struttura stessa dell'intreccio) e psicologica. Il risultato è ciò che ogni spettatore spera una volta uscito dal cinema: parlare di ciò che ha visto per il resto della serata. E per i giorni successivi.
L'opera migliore di un artista capace di coniugare incassi e cervelli: un capolavoro, insomma.