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Una separazione

Pubblicato: novembre 16, 2011 in Recensioni
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Una separazione di Ashgar Faradi (Iran, 2011)

Nader e Simin decidono di separarsi. Lui vuole restare in Iran ad accudire il padre malato, lei vuole un futuro all'estero per la loro figlia adolescente. Ma non hanno fatto i conti con gli assurdi imprevisti della vita, che complicheranno le cose più di quanto già non lo siano.

Ha ragione il sempre ostile Paolo Mereghetti quando usa la parola "capolavoro" nella sua recensione dell'ultimo film di Faradi. Senza urlare contro il regime iraniano, senza scatenare nessun dibattito internazionale sulle libertà negate, Faradi porta sullo schermo un'opera straordinaria. Straordinaria nella sua semplicità, nella sua capacità di immobilizzare lo spettatore grazie alla trinità primitiva del cinema: intreccio, messa in scena, recitazione.
Non ci sono effetti speciali. Non ci sono (facili) denunce sulle libertà negate: un'assenza che rischia di costare al regista accuse di connivenza con il regime da parte di quella critica, spesso superficiale, che dalle opere del Medio Oriente attende solo la conferma delle proprie aspettative geopolitiche.
No, Una separazione è un film straordinario perché quella che c'è sullo schermo è la vita. Quella vera. Che si dipana come un'intricata matassa tra processi kafkiana e incomprensioni affettive, solo per scoprire che c'è più di un bandolo. E che la lezione di Jean Renoir è sempre tragicamente vera: "A questo mondo esiste una cosa terribile, che ognuno ha le sue ragioni".
Parlare di più di questo film, rovinare anche un momento del perfetto meccanismo di disvelamento che costruisce, sarebbe un crimine (che lascio ai colleghi). Vedetelo. E rivedetelo.