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The Grandmaster

Pubblicato: settembre 26, 2013 in Recensioni
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di Wong Kar Wai (Hong Kong-China, 2013)

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La vita straordinaria, eppure serena, di Ip Man. Marito, padre, maestro di arti marziali (anche di Bruce Lee) e amante incompiuto. Raccontata attraverso 50 anni di storia a cavallo tra due mondi: la vecchia Cina e la nuova Hong Kong.

Dov’era finito Wong Kar Wai? Per quella generazione di cinefili con tendenze orientaliste di cui faccio parte questa domanda, negli ultimi anni, è stata ricorrente. Dove aver stregato occhi e sensi degli spettatori più raffinati con storie di amori incompiuti, e per questo perfetti, il regista di In the mood for love si era perso in lavori decisamente minori. Poi, dopo un esperimento di occidentalizzazione decisamente fallito (Un bacio romantico, 2007), più niente.

Basta guardare anche un solo fotogramma di The Grandmaster per capire dove Wong abbia passato gli ultimi cinque anni. A limare e decorare, mi sembra il termine più corretto, il film di arti marziali più sontuoso che si sia mai visto in sala in Italia. E’ impossibile rimanere indifferenti a tanta bellezza cinematografica: scenografie barocche, inquadrature perfette, fotografia raffinata, attori perfetti (a cominciare dall’ottimo, come sempre, Tony Leung). Wong, che si era cimentato con il Wuxia ai tempi di Ashes of time, incatena anche i maestri di arti marziali alla struggente malinconia d’amore che attanagliava i personaggi dei suoi film migliori. I combattimenti, magistralmente coreografati, restano tutto sommato in secondo piano rispetto alle tensioni inespresse (anche politiche) che abitano il film. Ma se The Grandmaster non funziona del tutto è per un’altra ragione.

Il problema è in un impianto narrativo poderoso, forse troppo, che intreccia senza sosta eventi storici e personaggi (entrambi complessi) abbandonandoli però a se stessi. O, almeno, questa è l’impressione che avrà lo spettatore italiano, visto che la distribuzione ha deciso di tagliare circa mezz’ora di pellicola rispetto alle due ore e trenta originali.

Non resta che recuperarlo in lingua, e montaggio, originale. Per capire se il senso di incompiutezza e sfilacciamento e si respira sia effettivamente colpa del regista, o piuttosto se anche stavolta la distribuzione sia riuscita a rendere peggiore un’opera che non lo meritava.

Raining in the mountain

Pubblicato: dicembre 20, 2011 in Recensioni
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Raining in the mountain di King Hu (HK, 1979)

Per scegliere il proprio successore, un abate di un famoso tempio buddista convoca un generale e un nobile per un consulto. I due, però, sono più interessat a impossessarsi di un famoso sutra custoditi nel tempio. E sono disposti a fare qualunque cosa pur di ottenerlo.

Le arti marziali sono quasi un elemento residuale in questa bellissimo racconto di intrighi e avidità umana. Bisogna aspettare quasi un'ora prima di vedere il primo duello, tra combattenti volanti che sfidano le leggi della fisica, tratta distintivo dello scomparso maestro di Hong Kong.
Quello che più conta, in questo gioiello dimenticato, è il lungo intreccio di inseguimenti, complotti e tranelli messo in scena con una maestria unica. Dentro le strette prospettive del tempio, inquadrati da una macchina da presa immobile e sempre al posto giusto, le corse dei combattenti diventano ipnotice, quasi astratte. I campi lunghissimi, gloriosi nel Cinemascope expanded, si accompagnano a zoom improvvisi e letali. Come il montaggio serrato ed ellittico dove nulla è lasciato al caso. Le perle di filosofia zen che scandiscono il racconto, lungi dal diventare didascalische, arricchiscono ancora di più il piacere della visione.
Da ricercare, a tutti i costi, su grande (o grandissimo) schermo.