Posts contrassegnato dai tag ‘anime’

di Hayao Miyazaki (Jap, 2013)

Image

C’è una scena straordinaria nell’ultimo (in tutti i sensi) film del Maestro dell’animazione giapponese. Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico, è seduto alla sua scrivania e sta disegnando un nuovo aereo. A un tratto, nella foga della creazione, si alza il vento, i suoi capelli si agitano, l’oggetto della creazione prende vita nello stanzino dove Jiro è confinato. Insieme, creatore e creatura di carta, volano nel cielo.

E’ il miracolo della creazione artistica, quello che Miyazaki ha sperimentato per decenni e a cui adesso ha deciso di rinunciare. E’ impossibile non guardare Kaze Tachinu senza pensare di assistere al testamento spirituale del regista giapponese, visto che di fatto è proprio di questo che si tratta. Mai un suo film era stato così personale: Jiro “è” Miyazaki, in tutti i sensi. E non solo perché la famiglia del regista era coinvolta in prima persona nelle realizzazione degli splendidi aerei che prendono vita nel film.
La storia melodrammatica del progettista dell’A6M “Zero” fighter, il caccia passato tristemente alla storia dopo l’attacco a Pearl Harbor, è quasi un pretesto per raccontare le meraviglie della creazione artistica. “Una vita creativa dura dieci anni”, suggerisce l’ingegnere italiano Gianni Caproni a Jiro-Miyazaki, in una dei bellissimi sogni che punteggiano il film. La vita creativa di Miyazaki, per nostra fortuna, è durata molto di più. E si chiude oggi con un film bellissimo e intenso, anche se si tratta di una pellicola “minore” in una filmografia puntellata da capolavori. Perché immersa nella dura realtà, tra disastri naturali, malattie e guerra, la creatività del Maestro vola un po’ meno in alto di quando non gli abbiano concesso in passato i sogni più puri.

A letter to Momo

Pubblicato: aprile 2, 2012 in Recensioni
Tag:, , , ,

A letter to Momo di Hiroyuki Okiura (Jap, 2011)

Image

Le parole non dette, a volte, possono lasciare un vuoto incolmabile. Momo lo ha scoperto ad appena tredici anni, quando si è trovata improvvisamente orfana del padre, con cui aveva da poco litigato. E destinataria di una lettera abbozzata, l’ultimo ricordo che le rimane del genitore scomparso: “Cara Momo…”.

E’ un dramma intimo e struggente quello che fa da base ad A Letter to Momo, il film di animazione del giapponese Hiroyuki Okiura, vincitore del Platinum Grand Prize all’edizione del Future Film Festival che si è appena conclusa a Bologna. Okiura, autore del bellissimo Jin-Roh: Uomini e lupi, ci ha messo dodici anni per tornare sullo schermo con una seconda opera animata. Sette per realizzarla. Vedendo i risultati, è difficile dire che l’attesa sia stata inutile.
A Letter to Momo è un romanzo di formazione delicato, capace di raccontare con una freschezza impressionante la vita di una ragazzina alle prese con un lutto terribile e con un gruppo di yokai (spiritelli del folklore giapponese) che l’accompagnano in un momento così difficile. Abbandonata la realtà alternativa e spietata del primo lungometraggio, Okiura ha scelto di raccontare una storia che ricorda tematiche e atmosfere viste nei lavori di Hayao Miyazaki. Non a caso, visto che sia l’art director che il supervisore delle animazioni hanno lavorato con il maestro dello Studio Ghibli. Eppure non siamo di fronte a un tentativo di imitazione mal riuscito, anzi.
Il film di Okiura è un viaggio magnifico tra sentimenti e immaginazione, nonché un bellissimo esempio di come l’animazione tradizionale abbia ancora tanto da dire. In Giappone arriverà al cinema tra qualche settimana, ma è difficile pensare che un anime così maturo trovi un distributore anche in Italia (anche se speriamo di sbagliarci). Si può sempre confidare in una prossima edizione in home video.

No Longer Human di Morio Asaka (Jap, 2009)

Vincitore del Platinum Grand Prize dell'ultimo Future Film Festival, No Longer Human fa parte di un progetto decisamente ambizioso della televisione nazionale giapponese: Blue Literature (Aoi Bungaku). Sei film, divisi in quattro episodi l'uno, che trasformano in anime sei dei più grandi romanzi della letteratura giapponese del Novecento. Un modo come un altro per far conoscere alla post Evangelion generation storie che, probabilmente, non avrebbe mai letto.
In questo caso si tratta di adattare l'omonimo romanzo di Osamu Dazai, uno più importanti scrittori giapponesi del secolo scorso. La storia di un inetto, come nella migliore tradizione del romanzo novecentesco, incapace di vivere senza sprofondare nel baratro dell'incapacità. E perseguitato da un ghoul che rappresenta la sua vera essenza. Materiale che nelle mani di Morio Asaka e della Mad House, con il character design di Death Note, si trasforma in un oggetto decisamente strano. Capace di mettere d'accordo i fan della famosissima serie goth, che ritroveranno le sembianze familiari di Light Yagami nel protagonista (e un po' di Ryuk nel suo ghoul), con chi è alla ricerca di un prodotto di animazione decisamente fuori dagli schemi. Dove all'azione più cinetica si sostituisce l'esplorazione negli abissi di una psiche che si disintegra. E che cerca nell'amore, con scarsi successi, la propria salvezza.