Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Perché non possiamo non dirci Futuristi*
*(e non c'entrano né Marinetti, né Fini)

Esistono dei film che ci entrano sotto le pelle e arrivano fino alle sinapsi più profonde. Film che diventano parte del modo di fare, pensare, agire e vestire di più generazioni. Film che superano gli anni, i decenni, e anche alla ventesima visione sono freschi come se fosse la prima volta. Film che superano la barriera del cult, per sfondare quella (ancora più profonda) dei luoghi comuni.
Ritorno al Futuro è uno di questi grandi miracoli che la storia del cinema ci ha regalato. Poco importa che qualcuno potrebbe alzarsi in cattedra e dire che in fondo è "solo" un film di fantascienza. Rispondetegli che due serate di tutto esaurito al cinema, a 25 anni dalla prima uscita in sala, dimostrano che i generi minori (se mai sono esistiti) non hanno complessi di inferiorità. E che vedere un'intera platea che applaude soddisfatta le scene chiave di un film, prima ancora che si concludano sullo0 schermo, è forse il regalo più grande a cui un regista possa aspirare.
In più godersi quegli splendidi piani sequenza che a otto anni ti erano sfuggiti, come il ping pong della macchina da presa durante l'incontro al bar tra Martin e suo padre, è un regalo che proprio non mi aspettavo.

Essere Leonida

Pubblicato: ottobre 30, 2010 in Uncategorized

Essere Leonida

Qual è il confine tra fanatismo nerd per un film e ossessione? Ma soprattutto: quanto ci si mette a superarlo? Michel, trentenne libanese con un po' di pancetta, dimostra che bastano 65 giorni (e un appuntamento con Halloween) per oltrepassarlo…

http://www.dineinhell2010.blogspot.com/

Pubblicato: giugno 18, 2010 in Uncategorized

See you later

Questo blog va in vacanza per tre settimane. E promette di tornare.
Il suo proprietario si fa un viaggietto. E proverà a raccontarvelo da qui: http://sushiemeusa.splinder.com

Vendicami

Pubblicato: Maggio 14, 2010 in Uncategorized

Vendicami di Johnnie To (HK-Francia, 2009)

Costello, cuoco francese ormi oltre la cinquantina, arriva a Macao in cerca di vendetta. Un commando ha massacrato la famiglia di sua figlia, sopravvissuta all'agguato ma incapace di parlare. La vendetta, già difficile in un paese straniero e ostile, sarà complicata anche dalla precaria memoria dell'uomo.

E' un oggetto strano e per questo prezioso l'ultima fatica di Johnnie To, maestro indiscusso e ultraprolifico del cinema action di Hong Kong. Nato come un esplicito omaggio ultracitazionista al "samurai" di Melville, il film si è dovuto "accontentare" di Johnny Halliday dopo il rifiuto di Alain Delon.
Poco importa: lo straniamento dell'europeo in cerca di vendetta in Oriente viene solo accresciuto dalla maschera impassibile del cantattore francese. La storia fa il resto, rileggendo da un'altra prospettiva l'eterno tema della vendetta, coniugato in ogni modo e tempo dal cinema asiatico dell'ultimo decennio. Che senso ha la vendetta quando non si ha memoria di ciò che è successo?
Qualche senso deve averlo, se il francese Costello porta avanti la sua missione al di là di ogni ostacolo e sinapsi saltata. Il resto lo fa la regia di Johnnie To, uno dei pochi autori al mondo che possono permettersi un ralenti per più di due minuti senza risultare ridicoli. Immancabile l'elogio dell'amicizia maschile con la A maiuscola, così come il tocco naif di molte scene (quella degli adesivi degli scout su tutte). Le sparatorie, in qualche caso, sono coreografate e girate come scene di guerra di massa.
Per palati fini, peccato sia quasi scomparso dalle sale.

Cella 211

Pubblicato: Maggio 7, 2010 in Uncategorized

Cella 211 di Daniel Monzòn (Spagna-Francia, 2009)

Un neosecondino, appena arrivato in una prigione di massima sicurezza, rimane colpito da un pezzo di intonato. I colleghi lo lasciano sanguinante e svenuto in una cella, poco dopo scappano per una rivolta dei detenuti pluriomicidi. Lui resta lì.

I film di prigione sono un genere a parte, che ha attraversato (come gli altri) alterne fortune. Un genere particolarmente coeso, visto che l'obiettivo non può che essere uno: la fuga. Dalla prigione, come nello spettacolare Fuga da Alcatraz, o da se stessi, come nell'empatico Le ali della libertà.
Lo spagnolo Monzòn, che ha alle spalle film fantasy improbabili e fortunatamente non distribuiti in Italia, sceglie la prima via. E adatta per il grande schermo il crudo romanzo di Francisco Pérez Gandul. Trovata semplice e per questo geniale: e se a fuggire da una prigione di massima sicurezza dovesse essere un poliziotto? Trovata da cui discende la tensione perenne che si respira nel film, visto che l'agente Juan Oliver (il bravissimo Alberto Ammann) è costretto a pensare, agire e respirare come un assassino se vuole sopravvivere. Fino alle intevitabile e tragiche conseguenze.
Film claustrofobico, a focali lunghe e quinte visive (come nelle foto sopra) e per questo ancora più claustrofobico. Cella 211, al di là della bella trovata, è soprattutto un saggio sulla violenza, la negazione della devianza e la sua moltiplicazione per colpa di una società che non sa riassorbirla. Crudo, duro e ben girato: da vedere assolutamente. Il cinema europeo che vorremmo.

Kuroneko

Pubblicato: aprile 29, 2010 in Uncategorized

Kuroneko di Kaneto Shindô (Giappone, 1968)

 

Due donne, violentate e uccise da un branco di samurai, giurano vendetta agli dei malvagi. Rinasceranno come fantasmi-gatto, determinate a uccidere tutti i samurai per placare il proprio insaziabile rancore. Finché qualcuno non tenterà di spezzare la loro catena di delitti.

Kaneto Shindô è un monumento vivente della cinematografia giapponese. A 98 anni compiuti ieri (auguri maestro) è ancora dietro la macchina da presa. E trova anche il tempo di scrivere sceneggiature per Hollywood (sua quella di Hachiko – il tuo migliore amico, ispirato alla storia del cane più famoso del Giappone).
Kuroneko, che tenevo colpevolmente in archivio da anni, è una delle sue poche opere reperibili in Occidente. Nonché uno dei suoi lavori stilisticamente più raffinati e coerenti. Un perfetto saggio su quello che è stato, è e sarà il film di fantasmi (kwaidan) giapponese. In Kuroneko ci sono infatti tutti gli ingredienti di un genere che, per successive mutazioni, è arrivato ai nostri giorni comunque coerente a se stesso.
Poco importa che le ragioni del rancore (ju-on) delle due donne-gatto siano linearmente mostrate all’inizio del film, piuttosto che trasformate in un astuto colpo di scena finale come in gran parte dell’horror nipponico contemporaneo. Il motivo resta quello della vendetta senza fine, ripetiviva e circolare nel suo riattuarsi e per questo impossibile da portare a termine. Al contrario di quanto avviene di solito nella cultura occidentale, la vendetta dei fantasmi giapponesi trascende la condizione che l’ha generata. E si trasforma in un’implacabile e necessaria ragione di (non) vita, che solo i sentimenti possono spezzare.
Il resto lo fa una messa in scena essenziale, quasi pittorica, in un bianco e nero dove i fantasmi diventano macchie di luce nel buio più assoluto. Anche dopo quarant’anni Kuroneko dà ancora dei brividi. Irrinunciabile per chi tutti gli appassionati del J-horror dei nostri giorni.

Green zone

Pubblicato: aprile 21, 2010 in Uncategorized

Green zone di Paul Greengrass (Usa, 2010)

"Sono venuto per salvare vite e cercare armi: non ho trovato un cazzo"

Durante l'invasione americana dell'Iraq nel 2003, un ufficiale americano partecipa alle operazioni di ricerca delle armi di distruzione di massa. Uno dopo l'altro, però, i siti segnalati dall'intelligence si riveleranno delle grosse bufale. E il militare deciderà di muoversi in proprio per capirne di più.

Sembra destinata a passare alla storia del cinema d'azione la coppia Greengrass-Damon. Il primo, che nel 2002 stupì molti con il crudo Bloody sunday, ha trovato (come da tradizione) il suo attore feticcio e non lo molla più. Il secondo, dopo il boom inattesso di Will Hunting, ha visto risollevarsi una carriera che andava a picco grazie alla trilogia cult su Jason Bourne e all'ipercinetico registra britannico.
E anche dopo aver abbandonato la spy-story multimilionaria di Bourne, la premiata ditta Greengrass-Damon mette a segno un altro colpo. Molto liberamente ispirato al libro Imperial Life in the Emerald City, Green zone non ha la pretesa di essere un film realistico che racconti cià che DAVVERO è successo prima e dopo l'ultima guerra in Iraq. Giudicarlo su quei canoni, dunque, sarebbe un errore e porterebbe (inevitabilmente) alla bocciatura.
Ciò che conta, invece, è trovarsi di fronte a un film d'azione e spionaggio straordinariamente ben fatto e adrenalinico. Camera a mano, inseguimenti multipli, montaggio nevrotico, complotti ed esplosioni: ce n'è abbastanza per far contenti cinefili e non. Se a questo si aggiunge la critica (per quanto romanzata) alla falsa campagna sulle armi di distruzione di massa di Saddam, ce n'è abbastanza per riconoscere all'ultimo film di Greengrass anche l'aura del film di denuncia.
In Medio Oriente lo Zio Sam ci va per il petrolio. E ce lo ricorda anche l'ultima inquadratura.

Vicky Cristina Barcellona

Pubblicato: aprile 17, 2010 in Uncategorized

Vicky Cristina Barcellona di Woody Allen (Usa, 2008)

Vicky e Cristina sono due giovani, belle e spensierate americane in vacanza in Spagna. Sedotte (entrambe) da Juan Antonio, artista con l'occhio bovino di Javier Bardem, ripenseranno a fondo e con leggerezza alle loro vite e alla loro idea di morale familiare.

Mi sono sempre chiesto perché non avevo visto questo film nel 2008. C'erano almeno tre buone ragioni per farlo: Woody Allen, Scarlett Johansson e Penelope Cruz. Ora che l'ho visto so perché l'avevo evitato: è orribile. Probabilmente Allen, che raramente ne sbaglia una, era troppo impegnato a guardare le sue attrici per girare un buon film. Da evitare, a meno che non siate degli over 30 vogliosi di Erasmus.

Shutter Island

Pubblicato: aprile 14, 2010 in Uncategorized

Shutter Island di Martin Scorsese (Usa, 2010)

Il detective Teddy Daniels viene chiamato a investigare su una misteriosa scomparsa a Shutter Island. Sull'isola, che ospita i peggiori killer psicopatici degli Stati Uniti, la follia sembra una cosa tangibile e contagiosa. Come la paranoia, che agita le notti del detective reduce di guerra. E convinto che su Shutter Island si svolgano esperimenti peggiori di quelli nazisti.

In mano a un qualsiasi anonimo regista contemporaneo il libro di Dennis Lehane sarebbe diventato uno dei tanti thriller a sfondo psicologico che affollano i banchi di dvd alle feste dell'Unità. Per fortuna nostra, invece, dietro la macchina da presa c'è Martin "leggenda vivente" Scorsese. E anche se questo film probabilmente non entrerà nella storia del cinema, si tratta comunque di un'imperdibile passeggiata nei regni del perturbante e del rimosso.
Raramente la follia è stata così tangibile e contagiosa, sul grande schermo, come in Shutter Island. E le sequenze oniriche pensate da Scorsese sono disturbanti e affascinanti come da tempo non se ne vedevano. Condisce il tutto una fotografia raffinata e una triade di attori perfettamente a loro agio: Ben Kingsley, Max Von Sydow e Leonardo DiCaprio, che più invecchia più diventa bravo. La critica spietata ai metodi americani di repressione e normalizzazione, accostati a quelli nazisti, rima bene con gli Stati Uniti di Guantanamo e del waterboarding. Mentre la prigione-manicomio di Shutter Island si candida a diventare una nuova icona del cinema sulla follia, non meno che l'Overlook Hotel o la villa di Norman Bates.

Il piccolo Nicolas e i suoi genitori di Laurent Tirard (Francia, 2009)

Nicholas è un bambino spensierato nella Francia spumeggiante delgli anni '50. Sorriso da angioletto, una famiglia piccolo borghese che lo adora e un nutrito gruppo di piccole adorabili pesti come lui con cui vive le sue avventure. Almeno finché sulla sua vita non arriva la più terribile delle ombre: l'arrivo di un fratellino.

Una piccola, umile, semplice, ma irresistibile commedia. Nato dalla fantasia di uno dei padri di Asterix, Nicolas è un'icona dell'immaginario infantile francese: metà Pierino (ma educato) e metà ragazzo della via Pal (ma meno retorico).
Laurent Tirard gli rende giustizia, portandolo sul grande schermo con gusto e leggerezza naif. E con un uso poetico-immaginifico degli effetti speciali che non ricorda bene lezione di Amelie. "Un film per tutti", per quanto io odi questa etichetta, che vi farà amare la sgangherata gang di Nicholas e vi farà rimpiangere la delicatezza dei suoi piccoli protagonisti. Che in anni come questi finirebbero probabilmente bullizzati in qualche video su youtube.