Archivio per la categoria ‘Festival’

di Hayao Miyazaki (Jap, 2013)

Image

C’è una scena straordinaria nell’ultimo (in tutti i sensi) film del Maestro dell’animazione giapponese. Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico, è seduto alla sua scrivania e sta disegnando un nuovo aereo. A un tratto, nella foga della creazione, si alza il vento, i suoi capelli si agitano, l’oggetto della creazione prende vita nello stanzino dove Jiro è confinato. Insieme, creatore e creatura di carta, volano nel cielo.

E’ il miracolo della creazione artistica, quello che Miyazaki ha sperimentato per decenni e a cui adesso ha deciso di rinunciare. E’ impossibile non guardare Kaze Tachinu senza pensare di assistere al testamento spirituale del regista giapponese, visto che di fatto è proprio di questo che si tratta. Mai un suo film era stato così personale: Jiro “è” Miyazaki, in tutti i sensi. E non solo perché la famiglia del regista era coinvolta in prima persona nelle realizzazione degli splendidi aerei che prendono vita nel film.
La storia melodrammatica del progettista dell’A6M “Zero” fighter, il caccia passato tristemente alla storia dopo l’attacco a Pearl Harbor, è quasi un pretesto per raccontare le meraviglie della creazione artistica. “Una vita creativa dura dieci anni”, suggerisce l’ingegnere italiano Gianni Caproni a Jiro-Miyazaki, in una dei bellissimi sogni che punteggiano il film. La vita creativa di Miyazaki, per nostra fortuna, è durata molto di più. E si chiude oggi con un film bellissimo e intenso, anche se si tratta di una pellicola “minore” in una filmografia puntellata da capolavori. Perché immersa nella dura realtà, tra disastri naturali, malattie e guerra, la creatività del Maestro vola un po’ meno in alto di quando non gli abbiano concesso in passato i sogni più puri.

L’intervallo di Leonardo Di Costanzo (Italia, 2012)

Image

Due adolescenti cresciuti in terra di camorra si ritrovano a trascorrere insieme un pomeriggio coatto dentro un vecchio edificio abbandonato. Scopriranno di avere più cose in comune di quanto pensano. E di essere entrambi, anche se in modo diverso, in trappola.

Lasciate stare le critiche di chi scomoda l’eterno ritorno del neorealismo nelle sale italiane. Il film del documentarista Di Costanzo non è l’ennesimo (squallido) tentativo di riesumare un genere per cui l’Italia è giustamente famosa nei manuali di storia del cinema mondiale. L’intervallo è un’altra cosa. Non un’operazione di marketing cinematografico, ma un film sentito e urgente di un regista che vuole raccontare una storia semplice con occhio semplice.
Due giovani intrappolati in un vecchio edificio contro la propria volontà (di più non si può dire) e un’amicizia che nasce con dolcezza, ma con l’intensità di chi è addirittura capace di mettere a rischio la propria vita per quella altrui. Più iperrealista che neorealista, L’intervallo raggiunge a tratti anche momenti di delicato onirismo che non si scordano facilmente (come nella scena in cui i due protagonisti, bravissimi, immaginano di navigare da una barca immersa in una pozza). Potrebbe essere un film del primo Kitano, una di quelle storie minime, ordinarie e disperate, che si concludono nella tragedia. Solo che per chi vive in certi zone d’Italia non è concessa nemmeno quella catarsi. E la vita quotidiana di chi non alza la testa resta la peggiore condanna.

Pieta

Pubblicato: settembre 9, 2012 in Festival, Recensioni
Tag:, , , ,

Pieta di Kim Ki-duk (South Korea, 2012)

Gang-Do è uno strozzino pronto a storpiare poveracci pur di recuperare crediti. A sconvolgere la sua vita, brutale e meccanica, arriva Mi-son. Una donna di mezza età che sostiene di essere la madre che lo ha abbandonato. Ed è ora determinata a recuperare il tempo perduto.

Il diciottesimo film di Kim Ki-duk segna due tappe importanti nella carriera dal prolifico regista sudcoreano. La prima è la sua assurzione (mediatica) allo status di Maestro del cinema, dopo il Leone d’Oro conquistato qualche giorno fa alla 69esima Mostra del cinema di Venezia. La seconda è l’uscita di Kim da un cul-de-sac cinematografico che, negli ultimi anni, lo aveva condotto a risultati tutto sommato evitabili.

Diciamolo subito, a beneficio di chi segue il regista sudcoreano da almeno una decina d’anni: Pieta non è il capolavoro di Kim Ki-duk. Se un capolavoro si cerca, conviene andarlo a trovare tra i film che ha realizzato all’inizio degli anni Zero. Con Pieta, però, Kim riporta il suo cinema, se non alla vette, appena pochi metri sotto i livelli del passato. Ributtandosi nei bassifondi della società sudcoreana, esplorati a lungo con successo, e riemergendone con una storia spietata e inesorabile. Un racconto dove miseria, violenza, disperazione e vendetta portano inesorabilmente verso quello che è, nella fatalistica visione del regista, l’unico esito possibile.

Al di là della critica al capitalismo, elemento centrale ma non fondamentale, quello che interessa a Kim è esplorare ancora una volta abissi e vette dell’esistenza umana. Schiacciata dal denaro, certo, ma anche dall’incapacità di comunicare, emozionarsi, vivere. La tragica parabola di Gang-Do, spietato strozzino che vive come un bambino mai cresciuto, è un cammino a senso unico verso l’assoluto annientamento. E non basterà l’amore di una madre, una straordinaria Jo Min-Su, a salvarlo dalla disperazione che ha prodigato e in cui lui stesso è intrappolato.

Difficile scegliere quali e quanti film vedere al Lido quando hai a disposizione appena mezza giornata. Lunedì io ho scelto questi tre.

Terraferma di Emanuele Crialese (Italia, 2011)

C'è la legge del mare e c'è la legge degli uomini. Ernesto, che per settant'anni ha vissuto quando il mare regalava pesce e vita, rispetta la prima. Suo figlio Nino, che ha conosciuto un mare inaridito e il boom del turismo, conosce solo la seconda. L'arrivo sull'isola di Sara, giovane africana fuggita alle prigioni libiche, dimostrerà quanto la distanza tra quelle due leggi possa essere dolorosa.

Crialese è una delle cose migliori capitate al cinema italiano negli ultimi vent'anni. Crialese è uno di quei pochi registi per cui hanno senso termini abusati come "onirico" e "visionario". Proprio per questo, però, è un regista da cui la critica pretende, giustamente,  tanto. Tantissimo, dopo il Leone d'Argento per il suo bellissimo Nuovomondo.
Non a caso Terraferma, film italiano di punta in concorso a Venezia68, ha dovuto subire più di altri il polso di critici più o meno noti. Che qualche ragione, anche se forse sono stati troppo severi, probabilmente ce l'hanno. Perché quello del regista romano è un cinema "puro", fatto di immagini più che di parole, che poco si sposa con la denuncia sociale sull'inumanità degli sbarchi a Lampedusa. Soprattutto se affidata a un certo manicheismo dove ci sono buoni generosi (i pescatori) e cattivi senza cuore (le forze dell'ordine).
Al di là di questo difetto di fabbrica, se così lo si può definire, resta però la bellezza di un film capace di colpire gli occhi con immagini perfette e difficili da dimenticare. Resterà negli annali del cinema, ma dietro i suoi predecessori.

Tao jie (A simple life) di Ann Hui (HK, 2011)

E' davvero una vita semplice quella di Ah Tao. Appena adolescente, orfana di padre, è diventata la domestica di una ricca famiglia di Hong Kong. Ora che sono passati sessant'anni, e tutti sono emigrati negli Stati Uniti, è rimasta sola con Roger, che lavora nell'industria cinematografica. E le starà accanto nei giorni della malattia, accompagnandola come una vera madre.

Ann Hui è quella che in Italia verrebbe definita una regista "impegnata". Nel corso della sua carriera, iniziata sugli schermi della tv di Hong Kong, è passata dalla commedia al film drammatico mantenendo sempre fede al profilo sociale del suo cinema (omaggiato qualche anno fa dall'Asian film festival di Reggio Emilia).
Tao jie conferma la voglia di Ann Hui di raccontare, a volte anche con leggerezza, storie e problemi ordinari della società hongkonghese. E se in All about love si trattava di omosessualità femminile, seppure sotto la coperta rassicurante della commedia, stavolta temi e toni sono più malinconici. Eppure il lungo declino fisico e psichico dell'anziana e fedele Ah Tao, accompagnata dall'affetto rispettoso del "padroncino" Roger, riesce anche a far sorridere senza volgarità. Trasformandosi in un ritratto fedele e toccante della società hongkonghese contemporanea e del suo sfaldamento. Straordinari i due protagonisti Andy Lau e Deanie Yip, generosissimi con i fan del Lido. Indimenticabili, per gli aficionados, i camei del gotha del cinema made in HK: da Tsui Hark, nevrotico e pretenzioso regista, a un imbolsito e autoironico Anthony Wong. Può aspirare, legittimamente, al Leone d'Oro.

Tinker, tailor, soldier, spy di Tomas Alfredson (Uk-Francia, 2011)

Difficile combattere la Guerra fredda quando hai una talpa del Kgb ai vertici dei servizi segreti britannici. A meno che non sia tutta una montatura per delegittimare quei vertici. Toccherà a una vecchia spia richiamata dalla pensione risolvere il rebus e districarsi tra colleghi doppiogiochisti e capi ansiosi di compiacere il governo.

Tomas Alfredson è un miracolo ambulante. Quattro anni fa era uno dei tanti registi del Nord Europa, sconosciuto ai più fuori dalla sua Svezia. Poi al cinema è arrivato quel piccolo capolavoro che è Lasciami entrare. E Alfredson è entrato nell'arco di qualche mese nel club di quelli che contano, tanto da potersi permettere di girare una spy story dal sapore vintage con due mostri sacri come Gary Oldman e Colin Firth.
L'esperimento è riuscito? Considerando che dietro il sipario c'è un omonimo romanzo di Le Carré e alla macchina da presa il talento di Alfredson, era difficile che la cosa non funzionasse. Soprattutto con un poker d'assi di attori di classe e ottimi caratteristi, che sembrano nati apposta per interpretare le spie gelide di Le Carré. L'intreccio è diesel, parte con difficoltà, ma la regia di Alfredson fa il resto: sposa rigore e virtuosismo, ritaglia gli spazi con l'eleganza di un maestro della New Hollywood. E forse è proprio quella di talenti importati come Alfredson la nuova New Hollywood di cui parleranno i posteri. In fondo il cinema americano è diventato grande grazie ai tanti esuli arrivati duranti gli anni a cavallo delle due guerre. Oggi i talenti emigrano negli Usa per ragioni più spicce, ma potrebbero ugualmente garantire a Hollywood nuovo fiato. Con Aronofsky a presiedere la giuria potrebbe entrare tra i papabili, almeno per un premio minore.

No Longer Human di Morio Asaka (Jap, 2009)

Vincitore del Platinum Grand Prize dell'ultimo Future Film Festival, No Longer Human fa parte di un progetto decisamente ambizioso della televisione nazionale giapponese: Blue Literature (Aoi Bungaku). Sei film, divisi in quattro episodi l'uno, che trasformano in anime sei dei più grandi romanzi della letteratura giapponese del Novecento. Un modo come un altro per far conoscere alla post Evangelion generation storie che, probabilmente, non avrebbe mai letto.
In questo caso si tratta di adattare l'omonimo romanzo di Osamu Dazai, uno più importanti scrittori giapponesi del secolo scorso. La storia di un inetto, come nella migliore tradizione del romanzo novecentesco, incapace di vivere senza sprofondare nel baratro dell'incapacità. E perseguitato da un ghoul che rappresenta la sua vera essenza. Materiale che nelle mani di Morio Asaka e della Mad House, con il character design di Death Note, si trasforma in un oggetto decisamente strano. Capace di mettere d'accordo i fan della famosissima serie goth, che ritroveranno le sembianze familiari di Light Yagami nel protagonista (e un po' di Ryuk nel suo ghoul), con chi è alla ricerca di un prodotto di animazione decisamente fuori dagli schemi. Dove all'azione più cinetica si sostituisce l'esplorazione negli abissi di una psiche che si disintegra. E che cerca nell'amore, con scarsi successi, la propria salvezza.

Helldriver

Pubblicato: Maggio 6, 2011 in Festival, Recensioni
Tag:, , , ,

Helldriver di Yoshihiro Nishimura (Jap, 2010)

Una strana nube tossica trasforma metà del Giappone in un mondo postatomico di zombi, dalle cui strane corna si ricava una droga (letteralmente) esplosiva. Quattro persone condannate a morte dal governo verrano spedite al di là del muro che divide il paese, per trovare e uccidere la regina degli zombi e porre fine al suo regno.

Senza nemmeno accorgermene sono diventato un habitué del cinema di Nishimura, inanellando una dopo l'altra la visione dei suoi lungometraggi ultrasplatter dai titoli improbabili: Tokyo Gore Police, Vampire Girl vs. Frankenstein Girl, Machine Girl e via dicendo. E ogni volta che mi trovo di fronte all'ultima fatica cinematografica di questo superindipendente maniaco del gore demenziale mi pongo sempre la stessa domanda: ma nel 2011 ha ancora senso 'sta roba?
La risposta è sì, soltanto se siete disposti a "godervi" (con molte virgolette) due ore di anarchia narrativa e visiva. Tagliata con l'accetta, in tutti i sensi, ma pronta a mostrare in azione armi che non sognereste nemmeno nei vostri incubi più idioti (una katana ELETTRICA???). Tutti quelli che dopo il Signore degli Anelli hanno recuperato Bad taste e sono rimasti disgustati, invece, dovrebbero tenersi a distanza di sicurezza. Siete avvisati.

ps per i fan di Audition
la regina zombi è interpretata dalla bellissima e gelida Eihi Shiina, uau