Archivio per la categoria ‘Anteprime’

di Hayao Miyazaki (Jap, 2013)

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C’è una scena straordinaria nell’ultimo (in tutti i sensi) film del Maestro dell’animazione giapponese. Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico, è seduto alla sua scrivania e sta disegnando un nuovo aereo. A un tratto, nella foga della creazione, si alza il vento, i suoi capelli si agitano, l’oggetto della creazione prende vita nello stanzino dove Jiro è confinato. Insieme, creatore e creatura di carta, volano nel cielo.

E’ il miracolo della creazione artistica, quello che Miyazaki ha sperimentato per decenni e a cui adesso ha deciso di rinunciare. E’ impossibile non guardare Kaze Tachinu senza pensare di assistere al testamento spirituale del regista giapponese, visto che di fatto è proprio di questo che si tratta. Mai un suo film era stato così personale: Jiro “è” Miyazaki, in tutti i sensi. E non solo perché la famiglia del regista era coinvolta in prima persona nelle realizzazione degli splendidi aerei che prendono vita nel film.
La storia melodrammatica del progettista dell’A6M “Zero” fighter, il caccia passato tristemente alla storia dopo l’attacco a Pearl Harbor, è quasi un pretesto per raccontare le meraviglie della creazione artistica. “Una vita creativa dura dieci anni”, suggerisce l’ingegnere italiano Gianni Caproni a Jiro-Miyazaki, in una dei bellissimi sogni che punteggiano il film. La vita creativa di Miyazaki, per nostra fortuna, è durata molto di più. E si chiude oggi con un film bellissimo e intenso, anche se si tratta di una pellicola “minore” in una filmografia puntellata da capolavori. Perché immersa nella dura realtà, tra disastri naturali, malattie e guerra, la creatività del Maestro vola un po’ meno in alto di quando non gli abbiano concesso in passato i sogni più puri.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan (Usa, 2012)

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Dopo una lunga pausa estiva rimetto mano al blog per scrivere qualche riga su quella che sarà una delle pellicole più viste (e discusse) di questa fine 2012: Il cavaliere oscuro – Il ritorno (The dark knight rises in inglese, abbreviato in Tdkr). Tdkr è stato preceduto da una tale campagna di marketing e da una così grossa valanga di aspettative che, a meno che non si entri in sala senza sapere chi è Christopher Nolan, difficilmente se ne uscirà completamente soddisfatti. Ma non è solo un problema di aspettative alte, altissime nel mio caso, ad allontare l’ultimo capitolo della trilogia di Nolan dalle vette raggiunte dal precedente Cavaliere oscuro.

Il problema di Tdkr è che Nolan ha voluto dire tante, forse troppe cose, nell’ultimo capitolo della sua trilogia, perdendosi così per strada. E la lunghezza record di 165 minuti contribuisce ad accentuare questa sensazione (e una certa noia). C’è tutto, troppo e anche di più, nell’ultimo film di Nolan. Una riflessione sulla necessità del male meritevole di uno studio approfondito, una storia di rinascita e vendetta degna di Montecristo e un protagonista ormai cristologico in tutto e per tutto, non solo nel sacrificio. Per accumulo procede anche la messa in scena e la costruzione delle sequenze  di azione. Quindi inseguimenti e combattimenti sempre più intricati, macchine e bat-attrezzature sempre più estreme e un rapporto con la verosimiglianza sempre più labile.

Tutto questo per dire che a un certo punto, più o meno a metà, il film inizia a diventare anabolizzato e gonfio almeno quanto l’arcicattivo Bane. Anche lui più interessante quando si nasconde silenzioso nelle fogne, rispetto a quando si trasforma in un nemico verboso e un po’ retorico per colmare il resto della (lunga pellicola). Poteva essere un nuovo capolavoro, non lo è. Nonostante un cast eccezionale. Tdkr è un bell’action movie realizzato da un regista straordinaro, e non è poco. Macchiato già da una maledizione, la terribile strage di Denver, che lo renderà purtroppo indimenticabile.

Difficile scegliere quali e quanti film vedere al Lido quando hai a disposizione appena mezza giornata. Lunedì io ho scelto questi tre.

Terraferma di Emanuele Crialese (Italia, 2011)

C'è la legge del mare e c'è la legge degli uomini. Ernesto, che per settant'anni ha vissuto quando il mare regalava pesce e vita, rispetta la prima. Suo figlio Nino, che ha conosciuto un mare inaridito e il boom del turismo, conosce solo la seconda. L'arrivo sull'isola di Sara, giovane africana fuggita alle prigioni libiche, dimostrerà quanto la distanza tra quelle due leggi possa essere dolorosa.

Crialese è una delle cose migliori capitate al cinema italiano negli ultimi vent'anni. Crialese è uno di quei pochi registi per cui hanno senso termini abusati come "onirico" e "visionario". Proprio per questo, però, è un regista da cui la critica pretende, giustamente,  tanto. Tantissimo, dopo il Leone d'Argento per il suo bellissimo Nuovomondo.
Non a caso Terraferma, film italiano di punta in concorso a Venezia68, ha dovuto subire più di altri il polso di critici più o meno noti. Che qualche ragione, anche se forse sono stati troppo severi, probabilmente ce l'hanno. Perché quello del regista romano è un cinema "puro", fatto di immagini più che di parole, che poco si sposa con la denuncia sociale sull'inumanità degli sbarchi a Lampedusa. Soprattutto se affidata a un certo manicheismo dove ci sono buoni generosi (i pescatori) e cattivi senza cuore (le forze dell'ordine).
Al di là di questo difetto di fabbrica, se così lo si può definire, resta però la bellezza di un film capace di colpire gli occhi con immagini perfette e difficili da dimenticare. Resterà negli annali del cinema, ma dietro i suoi predecessori.

Tao jie (A simple life) di Ann Hui (HK, 2011)

E' davvero una vita semplice quella di Ah Tao. Appena adolescente, orfana di padre, è diventata la domestica di una ricca famiglia di Hong Kong. Ora che sono passati sessant'anni, e tutti sono emigrati negli Stati Uniti, è rimasta sola con Roger, che lavora nell'industria cinematografica. E le starà accanto nei giorni della malattia, accompagnandola come una vera madre.

Ann Hui è quella che in Italia verrebbe definita una regista "impegnata". Nel corso della sua carriera, iniziata sugli schermi della tv di Hong Kong, è passata dalla commedia al film drammatico mantenendo sempre fede al profilo sociale del suo cinema (omaggiato qualche anno fa dall'Asian film festival di Reggio Emilia).
Tao jie conferma la voglia di Ann Hui di raccontare, a volte anche con leggerezza, storie e problemi ordinari della società hongkonghese. E se in All about love si trattava di omosessualità femminile, seppure sotto la coperta rassicurante della commedia, stavolta temi e toni sono più malinconici. Eppure il lungo declino fisico e psichico dell'anziana e fedele Ah Tao, accompagnata dall'affetto rispettoso del "padroncino" Roger, riesce anche a far sorridere senza volgarità. Trasformandosi in un ritratto fedele e toccante della società hongkonghese contemporanea e del suo sfaldamento. Straordinari i due protagonisti Andy Lau e Deanie Yip, generosissimi con i fan del Lido. Indimenticabili, per gli aficionados, i camei del gotha del cinema made in HK: da Tsui Hark, nevrotico e pretenzioso regista, a un imbolsito e autoironico Anthony Wong. Può aspirare, legittimamente, al Leone d'Oro.

Tinker, tailor, soldier, spy di Tomas Alfredson (Uk-Francia, 2011)

Difficile combattere la Guerra fredda quando hai una talpa del Kgb ai vertici dei servizi segreti britannici. A meno che non sia tutta una montatura per delegittimare quei vertici. Toccherà a una vecchia spia richiamata dalla pensione risolvere il rebus e districarsi tra colleghi doppiogiochisti e capi ansiosi di compiacere il governo.

Tomas Alfredson è un miracolo ambulante. Quattro anni fa era uno dei tanti registi del Nord Europa, sconosciuto ai più fuori dalla sua Svezia. Poi al cinema è arrivato quel piccolo capolavoro che è Lasciami entrare. E Alfredson è entrato nell'arco di qualche mese nel club di quelli che contano, tanto da potersi permettere di girare una spy story dal sapore vintage con due mostri sacri come Gary Oldman e Colin Firth.
L'esperimento è riuscito? Considerando che dietro il sipario c'è un omonimo romanzo di Le Carré e alla macchina da presa il talento di Alfredson, era difficile che la cosa non funzionasse. Soprattutto con un poker d'assi di attori di classe e ottimi caratteristi, che sembrano nati apposta per interpretare le spie gelide di Le Carré. L'intreccio è diesel, parte con difficoltà, ma la regia di Alfredson fa il resto: sposa rigore e virtuosismo, ritaglia gli spazi con l'eleganza di un maestro della New Hollywood. E forse è proprio quella di talenti importati come Alfredson la nuova New Hollywood di cui parleranno i posteri. In fondo il cinema americano è diventato grande grazie ai tanti esuli arrivati duranti gli anni a cavallo delle due guerre. Oggi i talenti emigrano negli Usa per ragioni più spicce, ma potrebbero ugualmente garantire a Hollywood nuovo fiato. Con Aronofsky a presiedere la giuria potrebbe entrare tra i papabili, almeno per un premio minore.