Pubblicato: settembre 15, 2006 in Uncategorized

Time di Kim Ki-Duk (Sud Corea, 2006)

L’amore ai tempi del bisturi, arma impropria contro la noia e il tempo che passa. Il tredicesimo lungometraggio di Kim Ki-Duk, regista coreano amato quasi all’unisono da critica (europea) e pubblico (anch’esso europeo) è uno strano oggetto.
Gli esegeti e i puristi del regista hanno già provveduto a bollarlo con svariati aggettivi, più o meno (ma soprattutto più), dispregiativi: verboso, superfluo, minore, ecc… ecc… La domanda da porsi, di fronte a un film del genere, e avendo alle spalle almeno una manciata di opere del regista di Ferro 3, è una sola: dove sta andando il cinema di Kim? Personalmente non credo sia precipitato in un fosso un po’ sempliciotto e festivaliero, abbandonando la rude e fredda violenza visiva degli esordi.
Con Time, film pensato in poco tempo e girato in ancora meno, Kim rivolta come un guanto il suo cinema, ridiscutendo quella che molti ritengono, apprezzandola, la sua poetica.
Al vuoto si sostituisce il pieno, al silenzio la parola, che riempie fino all’estremo (interpellazione diretta dello spettatore) la storia di un amore che sfinisce. Ma non basta puntare il dito contro lo schermo e dire: ‘se questi parlano allora è il regista che non ha più nulla da dire’. No, la proliferazione di parole, litigi, volti, situazioni, è semplicemente la rappresentazione di un mondo banale per la sua pienezza, tanto che tutti sembrano (sono) uguali. Anche di fronte alle mani di un’innamorata.
Quindi? Quindi un film difficile, per il regista. Fortunatamente lontano dal lirismo didascalico del precedente L’Arco. Più secco, più netto, migliore. Forse non sarà il capolavoro che tutti si aspettano, giustamente, dal regista di Bad Guy. Di certo è l’ennesima prova che Kim ha ancora molto da dire. Questa volta con le parole: c’è più silenzio nel chiacchericcio di una coppia che si sfalda che nelle immagini eteree che scorrono su un monitor di montaggio.

commenti
  1. anonimo ha detto:

    poesia del non detto, della modernità del silenzio, della trasfigurazione.

  2. rob81 ha detto:

    strano che non hai citato “the face of another” 🙂

    Ciaoo Rob

  3. anonimo ha detto:

    @ Rob: lo aveva già fatto Andrea, non ce n’era bisogno… 😉

  4. minstrel ha detto:

    Un ritorno col botto ragazzo! Grazie per la recensione davvero inusuale nel clima in stile “dagli al regista” che si stava instaurando fra i cinebloggers.
    Ma probabilmente, conoscendo la preparazione di molti di voi, non sarai l’unico che avrà colto la profondità del nuovo gesto poetico del regista.

    Yours

    MAURO

  5. Avag ha detto:

    quoto in toto e con la rima!
    🙂

  6. anonimo ha detto:

    @ mauro: controcorrente, per partito preso ;)@ avag: allora non ha fatto proprio schifo a tutti…

  7. anonimo ha detto:

    puzzi.

    Andrea

  8. anonimo ha detto:

    @ andrea: neanche tu scherzi…

  9. anonimo ha detto:

    @ checco: salutami lospa

  10. anonimo ha detto:

    sì, sì, ma tu di più.

    Andrea

  11. anonimo ha detto:

    accorcia le unghie della mano sinistra!

    andrea anselmi

  12. anonimo ha detto:

    e viritìllu n’avutru…

    pinu u tascio

  13. oxygenetic ha detto:

    ciao volevo segnalarti questo community blog su tutto ciò che rappresenta il cinema nella vita delle persone (si possono pubblicare articoli senza alcuna registrazione):

    http://www.Cinemozioni.com

    Facci un salto se ti va e magari pubblica pure qualche tuo post e/o commento, puoi anche linkare il tuo blog.

    A presto!

    Alberto

  14. cinemaleo ha detto:

    Kim ki-duk è sempre un grande regista, anche quando sbaglia. Time potrà non piacere ma merita di essere visto. Con la sua originalissima (e assurda) trama invita a discutere e a riflettere, il che non è poco nel panorama, generalmente desolante, di tanta odierna produzione cinematografica.

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