Pubblicato: gennaio 24, 2006 in Uncategorized

A History of Violence di David Cronenberg (Usa, 2005)

Tom Stall vive il vero sogno americano: una casa in provincia, una moglie che lo ama, una famiglia perfetta, un lavoro tranquillo in un bar. Un giorno una coppia di criminali arriverà nel suo bar a infrangere quel sogno, e qualcosa in Tom si incrinerà…

Il più lynchiano dei film di Cronenberg è una cupa riflessione sull’anima profonda e inquietante dell’America. Cronenberg, così come altri registi/autori contemporanei, prova a svelare cosa si nasconda sotto la patina ingiallita del sogno americano e quali siano le vere radici della Grande Nazione. Poco importa che siano le street newyorkesi del primo Novecento o i bassifondi di Philadelphia, la tesi è la stessa: la violenza rimossa prima o poi viene fuori, e se ne frega di quanto lontano l’abbiamo cacciata.
Giudicare come questa riflessione sociologica si sposi con il cinema carnale di Cronenberg è impresa ardua. Perché se è vero che A History of Violence contiene in sé i germi del cinema e della poetica di Cronenberg, per quanto ben nascosti tra le pieghe di un intreccio non particolarmente originale (tratto da un fumetto), è anche vero che in certi esiti il film deluderà i fan del regista canadese rivelandosi ‘scontato’, aggettivo che mai vorremmo usare per autori come Cronenberg.
Rimangono delle bellissime e improvvise esplosioni di violenza e l’interpretazione magistrale dell’intero cast. Ma rimane anche un po’ di amaro in bocca, purtroppo.

commenti
  1. minstrel ha detto:

    A proposito di riflessione sociologica che si lega alla carnalità del cinema di Cronenberg: cosa ne pensi di M. Butterfly? A par mio un film straordinario!
    Rece intrigante, nonostante la piccola delusione! Bravo!

  2. cinemaleo ha detto:

    Non è il tipico film visionario alla Cronemberg ma uno dei più cruenti affreschi dell’America di oggi. Un film nichilista e pessimista che ti porta a chiederti se l’America ha la violenza nel Dna, senza che ne possa guarire. Ma più in generale: è possibile essere normali in un mondo impazzito?

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