Pubblicato: novembre 10, 2005 in Uncategorized

La fabbrica di cioccolato di Tim Burton (Stati Uniti/Gran Bretagna/Australia, 2005)

Spassosissimo, coloratissimo, surreale romanzo di formazione (e di critica sociale) cinematografico. Nelle mani di Burton il folle romanzo di Dahl si concretizza in un mondo coloratissimo, ambiguo e matto quanto il suo padrone: Willy Wonka, un Johnny Deep misantropo e in grandissima forma.
Obbligatorio il paragone con l’altro precedente cinematografico della chocolate factory di Dahl, il film di Mel Stuart del 1971. Ed è qui che vien voglia di bacchettare Burton. Perché se è vero che l’immaginario circense burtoniano, e i nuovi mezzi della computer graphic, rendono il film un ininterrotto spettacolo a mascelle aperte, la scelta di ricostruire il passato di Wonka, di umanizzarlo, indebolisce la figura del perturbante cioccolattaio. Il risultato è un Willy Wonka razionalizzato, lontano dall’ambiguo, inquietante e indimenticabile Gene ‘occhi a palla’ Wilder del film di Stuart.
Ma questo è Burton, signori, e il mostro, il freak o chi per lui deve essere più umano dell’umano, anche a costo di diventare didascalici. Ben venga, allora, l’infanzia di Wonka e con lei il buonismo del rassicurante e tranquillizzante finale, se questo è il prezzo da pagare per una tale meraviglia di suoni, colori e luci. Ah già, dimenticavo gli Oompa Loompas: pura follia lisergica, provare per credere. 

commenti
  1. anonimo ha detto:

    @murda: grazie 🙂

  2. kekkoz ha detto:

    bravo. oh. e checcazzo.

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