Pubblicato: giugno 20, 2004 in Uncategorized

L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais (Francia – Italia, 1961)


Un elegante albergo dell’Europa centrale. Sontuoso, barocco, immenso. Affollato da raffinati avventori, che si intrattengono con giochi e discussioni “che non possano suscitare passioni”.
In questo limbo mittleeuropeo un uomo e una donna si (ri)incontrano. Lei dice di non ricordarsi di lui. Lui insiste. E le racconta la loro storia. Alle loro spalle si aggira il cadaverico marito di lei, che intrattiene e sfida gli ospiti dell’albergo a un bizzarro gioco. A cui non può perdere.
Un film complesso. Di maniera, secondo alcuni. Resnais si ispira al nouveau roman e realizza un’opera dove parole e immagini percorrono strade separate e a volte, apparentemente, contraddittorie.
Una narrazione fuori campo ricorsiva, quasi ipnotica, accompagna le immagini iniziali. Le macchina da presa sembra galleggiare mentre si alternano sullo schermo gli stucchi, i marmi e i lampadari dell’albergo. Resnais costruisce uno spazio metafisico e onirico. L’albergo, con il suo immenso giardino alla francese, è un ambiente impermeabile all’esterno. Sospeso e impalpabile, come le ombre nel giardino in una delle inquadrature più belle del film.
E non si può fare a meno di pensare che l’Overlook Hotel, nel capolavoro di Kubrick, sia stato iconograficamente ispirato da questo luogo etereo e sospeso, eppure così concreto nel rinchiudere dentro chi lo abita.
Dentro l’albergo i suoi ospiti: vuoti come lo spazio che li circonda. Gli uomini, le cui parole si ripetono vane per i saloni, sembrano i fantocci con la bombetta di Magritte. Le donne, ancora più vuote ma bellissime, sono repliche esatte delle creature dagli occhi spenti dei quadri di Delvaux.
In mezzo a questa umanità replicante la storia di due creature vere, che soffrono e si inseguono fino alla fine.
C’è dell’altro. C’è molto altro in “L’anno scorso a Marienbad”. Ma non basterebbero tutte le parole che potrei usare. Un film da vedere, e rivedere, e rivedere. Di una ricchezza eccessiva, e forse fastidiosa, per lo spettattore. Un testo più intelligente del suo lettore.

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